Black out. Il panico parla.

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di Eva Delmonte

“Ah! Questo spiega tutto” disse il Cappellaio.
“Al tempo non va di essere battuto. Se invece ti fossi mantenuta in buoni rapporti con lui, farebbe fare al tuo orologio tutto quello che vuoi tu.”  Lewis Carroll

Black out. Nero, vuoto, terrore, affanno, mancanza d’aria, tachicardia, angoscia, dolore al petto, allo stomaco, paralisi.
Queste alcune delle sensazioni frequentemente riferite da chi soffre di attacchi di panico.
Mi viene in mente un gioco in scatola della mia infanzia, “No panic”. Ciascun giocatore  deve cercare di concentrarsi, nonostante il fastidiosissimo ticchettio di un orologio tenti con tutte le sue forze di rendergli impossibile il compito. Senza contare poi, come in ogni buona gara agonistica che si rispetti, la pressione che gli altri giocatori esercitano sul giocatore di turno.
L’attacco di panico sembra infatti questo: un attacco che viene dall’esterno, dal di fuori del soggetto che lo sperimenta. Proprio come un attacco di raffreddore in primavera: si respirano nell’aria i pollini dei pioppi e, chi è soggetto, viene colto da una crisi irrefrenabile di starnuti.
Ma se il panico venisse da fuori, perché coglierebbe solo alcuni, altri mai? Perché alcuni lo sperimentano in una situazione, altri in situazioni completamente diverse? Perché, pur essendo la descrizione così simile, ciascuno si sofferma su una sensazione, una caratteristica specifica e personalissima?
Il panico da dove viene?
Generalmente molte delle persone che arrivano in psicoterapia a causa degli “attacchi di panico” chiedono, come prima cosa, che questo sintomo gli venga tolto. Si chiedo allo Psicologo o allo Psicoterapeuta la parola magica, la parola-pillola che, come l’aspirina per il mal di testa, faccia scomparire ogni sintomo, ogni sofferenza. Spesso, poi chi domanda si stupisce di quante poche parole il professionista dica. “Perché lei non dice niente? Perché non mi risponde?”. C’è già qualcosa che parla: il panico.
Il panico non è un virus che gira nell’aria e che, disgraziatamente, entra nell’organismo di un soggetto, piuttosto che in un altro. Il panico viene da dentro. E’ un sintomo che appartiene al soggetto che ne soffre, è il soggetto stesso che lo genera.
Ma come? Com’è possibile che una persona crei lei stessa quello che la fa soffrire?
Quello che colpisce del panico è che esso si presenta senza nessun reale pericolo, anzi, spesso, si presenta in condizione di cui, dice il soggetto stesso, “dovrei essere felice”: decide di sposarsi, di convivere, cambia lavoro, inizia l’università, aspetta un figlio.
La frase “ho tutto quello che potrei desiderare, non capisco perché sto così male” dovrebbe allertare sul fatto che, oltre l’apparenza, c’è qualcos’altro.
Apparentemente uno dovrebbe essere felice, stare bene. Invece sta malissimo. L’attacco di panico sconvolge chi lo sperimenta e, se si verificano più attacchi, si crea un circolo vizioso nel quale il soggetto associa il panico alla situazione in cui lo sperimenta: se si trova al supermercato cercherà di evitarlo, se è in ascensore userà solo le scale, se è in macchina, in treno, nei mezzi pubblici, non li utilizzerà più, se è all’aperto si rinchiuderà in casa.
Chi controlla chi?
Sono veramente io che, evitando la circostanza incriminata, controllo il mio panico, o è lui che a poco a poco controlla la mia vita? E’ lui che ticchetta come l’orologio di “No panic”, come l’orologio del Bianconiglio che lo costringe a correre all’impazzata, ad essere sempre in ritardo.
Sicuramente la circostanza in cui si verifica l’attacco dice qualcosa del soggetto in questione, ma è certamente semplicistico pensare che evitando quella situazione il problema è risolto.
C’è molto di più.
Quando il soggetto che soffre di attacchi di panico inizia a parlare emergono aspetti psicologici che non aveva pensato, sentito, che non sapeva di sé.
Emerge nel discorso del soggetto qualcosa del suo passato, recente o molto remoto, che ha creato uno stop. Qualcosa della sua mente si è fermato lì, si è ingorgato, c’è qualcosa di inelaborato. Spesso emergono questioni legate alle relazioni sentimentali, sbagliate, insoddisfacenti, sempre uguali. Spesso legate ai propri genitori: avvenimenti drammatici, relazioni, fantasie.
Questi contenuti hanno bisogno di spazio e di tempo per emergere; in molti casi sono dimenticati, rimossi.
Il panico acquista nel discorso psicoanalitico un nuovo senso; l’inconscio, sottoposto a regole completamente diverse da quelle della coscienza, parla anche una lingua diversa. Il panico è una delle possibili parole che l’inconscio usa per destare il soggetto. Invece del black out, dello spegnimento che viene descritto, il panico è piuttosto una sveglia che suona all’impazzata perché il soggetto apra gli occhi, magari dal sonno di una vita condotta per adattarsi alle aspettative degli altri, dei genitori, della società che ci chiede di essere belli, efficienti, felici.
Non si deve soffrire perché se si soffre si è deboli. Perfino le persone che perdono un caro vengono definite depresse. Non c’è più il lutto, non c’è più la normale sofferenza che la perdita causa.
Il panico parla, urla. Distoglie dall’attenzione spasmodica a questo tempo esterno e chiede di ascoltare un altro tempo, quello interno, privato e soggettivo. Bisogna cercare un ascolto, un’interpretazione, un senso.
Ciascuno il suo.

bianconiglio

Eva Delmonte

Eva Delmonte

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione presso l’IRPA (Istituto di Psicoanalisi Applicata) di Milano. Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, Iscrizione all’Albo della Regione Marche n.1939, sez A. Consegue il Master in “Genitorialità e sviluppo dei figli: interventi preventivi e psicoterapeutici”. Svolge attività privata a Civitanova Marche con colloqui di sostegno e psicoterapeutici ad indirizzo Psicoanalitico per adulti e adolescenti e lavora nell’ambito della genitorialità. Svolge progetti negli Istituti di Istruzione Superiore. Periodicamente tiene conferernze pubbliche divulgative su temi psicologici.
Tel 328 1526079 – studio@evadelmonte.it

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