ANORESSIA: IL TROPPO.

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Assistiamo negli ultimi 20 anni ad un cambiamento significativo della soc

ietá e dei sintomi che la rappresentano.anoressia.jpg
Quanto piú la civiltá prospera e ingrassa negli oggetti, tanto piú la magrezza é sinonimo di bellezza. I disturbi cosiddetti del comportamento alimentare sono diventati progressivamente piú comuni, frequenti, familiari.
Eppure si rimane ancora inermi di fronte ad un male di vivere tanto pote

nte che porta chi ne é affetto a camminare a braccetto con la morte. Le persone che soffrono di anoressia, in maggioranza donne, si presentano con un corpo magro fino allo scheletro, la pelle rimane per coprire le ossa, il corpo é via via ridotto fino a rimane senza muscoli, senza carne, senza le forme della femminilitá che le ragazze anoressiche fuggono con ostinazione e terrore.
Di cosa parla questo corpo? Cosa puó dire di cosí tremendo da doverlo zittire a tutti cos

ti? M., 17 anni, pesa 30 kg e sembra una bambina di 10 anni. “Io non voglio crescere, non voglio diventare grande”. Molte anoressie esordiscono in adolescenza, periodo di sviluppo del corpo e delle passioni. Il corpo diventa ora ingovernabile, cambia al di fuori della propria volontá, é sotto gli occhi di tutt

i, con forme femminili che alcune ostentano, altre rifuggono.
Lo sviluppo sessuale, i radicali e spesso repentini cambiame

nti fisici non si accompagnano sempre ad un’ altrettanto rapida crescita emitiva, spesso nel corpo di una giovane donna vive ancora la mente di una bambina, ancora attaccata alla gonna della madre.
Nei racconti delle anoressiche questa madre ha sempre un posto in prim

a fila. Spesso madri attive, capaci, presenti, attente a tutto, anche troppo, nelle cure e nell’accudimento della figlia. Ma di che cure si tratta? Molti genitori scambiano l’amore per i propri figli con il dire sempre di si, con il riempire senza sosta il loro spazio di oggetti sempre nuovi, la bocca di cibo. Non rimane lo spazio per imparare a tollerare la mancanza, per ascoltare i propri desideri e poterli esprimere. L’idea di riempire subito la bocca di un neonato con il seno, al minimo vagito, non permette a quel bambino di simbolizzare la sua doma

nda. Non potendo nemmeno piangere perché subito zittito, il bambino non puó chiedere. L’oggetto seno precede la sua richiesta. Permettere a un bambino di piangere non significa lasciarlo disperare, s

ignifica invece che la mamma puó tollerare quel pianto e che, gradualmente, anche il bambino puó imparare a tollerare l’attesa, la mancanza.
La cura dell’avere non é la cura del segno. Non basta soddisfare i bisogni di un bambino per garantirne la crescita psicologica. Perché la mente si sviluppi la persona ha bisogno di sentire fin dall’inizio della propria vita che c’é un desiderio che l’accompagna. Un desiderio su di sé, che si esprime ad esempio nel nome particolare e significativo che i genitori scelgono proprio per quel bambino, o nello spazio che creano per lui, fisico e mentale. Ma anche un desiderio inesauribile che non si chiude con la propria nascita. Le donne che si completano del proprio figlio, senza piú desiderare altro (il lavoro, il proprio marito) mettono il bambino in una posizione asfissiante. Tutto si richiude sul bambino stesso.
Il rifiuto del cibo é, in alcuni casi, tentativo di operare la separazione che l’altro non ha consentito, é il tentativo di salvarsi rifiutando questo altro, troppo presente, divorante.Le molte cure che ha ricevuto da bambina la ragazza che poi si ammala di anoressia sembrano essere state nell’ordine dell’oggetto, non del segno, di una madre rimpinzante, riempiente, quasi lei venisse considerata solo un sacco, solo un bocca, solo un corpo. L’anoressica cosí chiude la bocca per preservare la sua essenza, il suo essere autentico, diverso da quel corpo. Un corpo vissuto come non sol

o suo, ma é il corpo dell’altro, il corpo della presenza eccessiva dell’altro. Dimagrendo sempre di piú, quasi mutilandosi per tagliare via la femminilitá, annichilisce quell’involucro che non la rappresenta nella sua veritá piú intima, che é altove e non si nutre di cibo, ma di segno.

Il tentativo di preservarsi rivela peró di un paradosso evidente: la vita intima che si cerca di prreservare incontra la morte ad ogni rifiuto, ad ogni controllo, ad ogni conta delle calorie o degli esercizi in palestra.
Approcciare l’anoressia con una terapia che mira semplicemente al recupero del peso corporeo si rivela spesso fallimentare. Dove si recupera peso, spesso, si perde di vitalitá, di interesse.L’anoressia è una malattia che si manifesta nel corpo, ma non é una malattia del corpo. Non si prende l’anoressia come si prende il raffreddore. L’anoressia é una malattia del vissuto, della relazione che abbiamo con l’altro, della posizione che abbiamo ricoperto per il primo altro che ci ha fatto conoscere il sentimento piú vitale e contemporaneamente letale che ci sia: l’amore.

Eva Delmonte

Eva Delmonte

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione presso l’IRPA (Istituto di Psicoanalisi Applicata) di Milano. Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, Iscrizione all’Albo della Regione Marche n.1939, sez A. Consegue il Master in “Genitorialità e sviluppo dei figli: interventi preventivi e psicoterapeutici”. Svolge attività privata a Civitanova Marche con colloqui di sostegno e psicoterapeutici ad indirizzo Psicoanalitico per adulti e adolescenti e lavora nell’ambito della genitorialità. Svolge progetti negli Istituti di Istruzione Superiore. Periodicamente tiene conferernze pubbliche divulgative su temi psicologici.
Tel 328 1526079 – studio@evadelmonte.it

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