VAGINITE DA CANDIDA: LA CURA MIGLIORE

Tratto la vaginite da Candida da molti anni; per un ginecologo diciamo che è un esperienza obbligata essendo questo tipo di infiammazione vaginale la seconda infezione ginecologica dopo la vaginosi batterica; ma mentre di quest’ultima poco si parla anche se molto pericolosa anche per i potenziali esiti riproduttivi, della Vaginite da Candida si parla molto anche purtroppo da parte di chi non ha alcuna competenza.

Tutto questo genera confusione e comportamenti che nulla hanno a che vedere con la razionalità scientifica. Ho visto donne dimagrire fino ad arrivare ad astenia e magrezza solo perché gli era stato detto che non dovevano rifornire di zuccheri questo malefico fungo saprofita (cioè presente normalmente nell’organismo ed in piccole concentrazioni anche a livello vaginale).

Deve essere quindi chiaro che un’infezione e quindi una sintomatologia (bruciore, dispareunia, minzione dolorosa, perdite dense biancastre) da vaginite da Candida Albicans insorge solo per l’alterazione del delicato ecosistema nel quale è inserito questo fungo.

E quali sono queste condizioni?

  • terapie antibiotiche
  • alterazioni del sistema immunitario
  • modificazioni del Ph vaginale (gravidanza, uso della pillola)
  • scarsa igiene durante la fase mestruale (in questo momento infatti vi sono variazioni fisiologiche del Ph che possono predisporre ad infezioni)
  • diabete

La cronicizzazione del problema molto spesso parte da un superficiale approccio alla prima vaginite fungina e dal pensare che con i farmaci tutto si può risolvere. Invece non dovete dimenticare che queste condizioni predispongono alla recidiva:

ambiente vulvare troppo umido e/o troppo caldo (come tipicamente avviene quando si indossano fibre sintetiche ed indumenti troppo aderenti); la gonna sostengono da sempre equivale ad una ottima prevenzione;

indumenti intimi usati per troppo tempo e/o non sottoposti ad adeguato lavaggio;

scarsa igiene dopo i rapporti sessuali (il liquido seminale aumenta il Ph ed in soggetti predisposti predispone alla recidiva) quando invece sarebbe preferibile una lavanda interna a Ph acido.

Piccole attenzioni,nulla di straordinario, che non modificano la qualità di vita ma ci liberano da un problema che spesso sembra invincibile.

La vaginite da Candida si può vincere con la semplicità!

VENE VARICOSE IN GRAVIDANZA

vene varicose e gravidanza

L’isufficienza venosa è un problema molto frequente nella donna ed in gravidanza normalmente tend ad

vene varicose e gravidanza
La Gravidanza ed il Parto costituiscono un momento critico per l’apparato venoso particolarmente a livello degli arti inferiori. Varici e flebiti sono frequenti.

accentuarsi.

Le vene varicose sono vene che hanno un aspetto dilatato, sfiancato, a volte tortuoso per una degenerazione della parete; conseguentemente viene a perdere di efficacia anche la capacità di contenimento del loro apparato valvolare con frequente ristagno del sangue, inversione di flusso ed edema nei distretti interessati.

Le vene infatti assicurano il ritorno del sangue verso il cuore attraverso un delicato ma estremamente funzionale apparato valvolare interno.

Leggi tutto “VENE VARICOSE IN GRAVIDANZA”

DOLORE PELVICO

dolore pelvico

Parliamo in questo articolo delle possibili cause di un dolore localizzato al basso addome (ventre, regione

dolore pelvico nella donna
Infiammazioni, endometriosi, esiti aderenziali ma anche patologie urinarie ed intestinali possono essere causa di dolore pelvico nella donna.

pelvica). Molte donne nella propria vita avvertono, sperimentano almeno una volta un dolore pelvico che può insorgere acutamente oppure decorrere cronicamente per molto tempo.

Questa distinzione basata sulla durata del sintomo è molto importante e può aiutarci nel l’individuazione della causa; proprio da questa quindi partiremo nella nostra analisi.

Il DOLORE PELVICO ACUTO (di breve durata) può essere anche particolarmente intenso e genera sicuramente molta apprensione e spesso richiede una consultazione medica urgente. In occasione di un dolore di questo tipo fate attenzione a queste domande:

  • Siete in fase mestruale?
  • Avete diarrea oppure è da molto tempo che non evacuate (stipsi ostinata)?
  • Urinate normalmente oppure più spesso e con dolore?
  • Avete avuto poco prima un rapporto sessuale?
  • Siete nel periodo ovulatorio?
  • Avete assunto un farmaco?
  • Il dolore persiste più di 30′ dall’esordio?
  • Il dolore è continuo oppure cresce o ha un andamento incostante?
  • Avete un ritardo mestruale o siete in stato di gravidanza?

Rispondere a queste domande vi aiuterà ad essere più consapevoli della situazione e potrà essere di grande aiuto al il vostro medico che con il necessario esame obiettivo potrà nella gran parte dei casi di arrivarere rapidamente ad una rapida diagnosi.

Ma vediamo le principali cause di dolore pelvico acuto:

  1. Colica intestinale o complicazioni di patologie intestinali preesistenti come divertisolite, patologie infiammatorie dell’intestino;
  2. Cistite;
  3. Appendicite;
  4. Rottura o torsione di cisti ovarica;
  5. Scoppio del follicolo con eventuale sanguinamento addominale;
  6. Dispareunia;
  7. Dismenorrea (chiamata anche più correttamente algomenorrea);
  8. Minaccia d’aborto o complicazioni placentari della gravidanza;
  9. Sanguinamento (colliquazione) di un fibroma uterino o sua torsione su eventuale peduncolo.

Come avete visto le cause possono essere diverse e non sempre di origine ginecologica. Talvolta è necessario ricorrere ad accertamenti ematochimici e strumentali: emocromo, esame urine, ecografia pelvica (quando possibile endovaginale) ed addominale sono gli accertamenti di prima istanza.

Il DOLORE PELVICO CRONICO può esordire con un episodio acuto oppure con modesti sintomi ad andamento intermittente o subcontinuo. Spesso è meno allarmante per il paziente e se non determina esacerbazioni acute conduce frequentemente ad una tardiva consultazione medica.

Quando avvisate un dolore cronico, cioè presente da molto tempo a livello del basso addome (pelvi) fate attenzione se:

  • Il dolore è associato o è insorto in concomitanza con disturbi intestinali o urinari?
  • Nello stesso periodo avete notato debolezza, dimagramento?
  • Il vostro addome mostra modificazioni (vi appare ad esempio più gonfio)?
  • In qualche modo c’è un’associazione o esacerbazione con le mestruazioni oppure con i rapporti sessuali?
  • Nello stesso periodo avete iniziato ad assumere dei farmaci?
  • Siete state operate precedentemente oppure avete subito dei traumi?

Il dolore pelvico cronico è certamente più insidioso ed ha cause anch’esso molto diverse; tra queste citiamo quelle più frequenti nella donna:

  1. Malattie croniche dell’intestino;
  2. Endometriosi;
  3. Malattie del sistema urinario;
  4. Malattia infiammatoria pelvica (PID);
  5. Cisti ovariche;
  6. Fibromi uterini;
  7. Tumori ginecologici;
  8. Tumori non ginecologici.

Un dolore cronico quindi, anche di modesta entità non va mai sottovalutato. In questi casi gli accertamenti sono molto numerosi e vengono stabiliti dopo la consultazione medica specialistica. Oltre ad i più comuni esami ematochimici possono essere necessarie indagini infettivologiche, endoscopiche, di radiologia e la valutazione di markers tumorali.

Quando l’orientamento è in senso ginecologico la visita ginecologica è certamente il momento più importante a fini diagnostici. Talvolta accanto ad essa trovano particolare utilità;

  • Emocromo, VES, PCR, esame urine con urinocoltura, ricerca sangue occulto nelle feci (eventuale ricerca parassiti)
  • Ecografia pelvica;
  • Tampone vaginale;
  • CA 125 ed HE4 (quest’ultimo in presenza di formazioni cistiche ovariche);
  • Risonanza Magnetica Nucleare in presenza di masse di origine incerta o in fase pre-operatoria (stadiazione);
  • Laparoscopia.

L’endometriosi è molto frequente e colpisce particolarmente donne giovani in età riproduttiva; è inoltre tra le principali cause di sterilità ed infertilità. Il mio consiglio quindi è quello di tenerla sempre nella dovuta considerazione in donne anche giovanissime.

 

Gli ASPETTI TERAPEUTICI del dolore pelvico non fanno parte degli scopi che questo articolo si prefigge e quindi qualora vi interessassero vi rimandiamo alle altre sezioni del sito dove troverete la trattazione delle singole patologie.

 

CADUTA DEI CAPELLI NELLA DONNA

alopecia androgenica donna

I capelli costituiscono da sempre senza alcun dubbio una delle componenti estetiche principali per la donna di

alopecia androgenica donna
La caduta dei capelli nella donna vede spesso l’ alopecia androginica come causa principale.

qualsiasi età e purtroppo sono molte le occasioni nella quali si ha una loro caduta eccessiva tale da portare a quell’eccessivo diradamento chiamato anche alopecia; condizione che generalmente si differenzia da quella maschile perché interessa principalmente la zona centrale del cuoio capelluto.

Come per l’uomo è innegabile l’importanza di fattori genetici ereditari, nutrizionali ed immunologici; come anche rivestono un ruolo importante anche specifiche patologie dermatologiche; ma le caratteristiche “di genere” di questa patologia trovano la loro origine senz’altro in fattori endocrinologici e particolarmente nei livelli di estrogeni ed androgeni.

Gli estrogeni hanno sicuramente un ruolo protettivo ed una loro caduta potrebbe esporre ad una diminuita resistenza e crescita dei capelli; ciò potrebbe spiegare ad esempio l’accentuata caduta dei capelli che alcune donne notano dopo il parto e durante l’allattamento o dopo la menopausa.

Non tratteremo le cause dermatologiche e farmacologiche (anche alcuni farmaci possono danneggiare la crescita dei capelli) e ci soffermeremo sull’aspetto endocrinologico, motivo per il quale molte donne con caduta dei capelli si rivolgono al ginecologo.

Oltre alla caduta degli estrogeni che spesso si ha in condizioni di forte dimagramento e di amenorrea (prolungata assenza delle mestruazioni) si riconoscono come condizioni più frequenti i disturbi tiroidei e gli iperandrogenismi.


TIROIDE E CUTE

È ben noto come un normale trofismo cutaneo dipenda da una normale funzione tiroidea. Gli ormoni tiroidei infatti regolano il metabolismo della cute e dei suoi annessi (peli, capelli ed unghie) attraverso l’intervento su consumo di Ossigeno e sintesi proteica.

L’ipotiroidismo è la condizione tiroidea più frequentemente associata a diradamento, fragilità e caduta dei capelli alle quali si associano spesso alterazioni ungueali. La Tiroidite di Haschimoto è la causa più frequente di ipotiroidismo nella donna.


ANDROGENI E CADUTA DEI CAPELLI

Mentre gli estrogeni come abbiamo già detto hanno un effetto protettivo dando un segnale proliferativo ai capelli gli androgeni, il Testosterone ed in particolare il suo metabolica intracellulare diidrotestosterone hanno un effetto anti S proliferativo.

Infatti, seppure indispensabili per lo sviluppo della pilificazione di tipo sessuale gli androgeni quando in eccesso o leggermente aumentati (in soggetti geneticamente più sensibili) determinano il danno del cuoio capelluto. L’alopecia femminile può insorgere talvolta anche rapidamente e colpisce tipicamente la parte apicale mediana progredendo secondo stadi ben codificati e rappresentati dalla “Scala di Ludwing” (Fig. 1).

Classificazione Alopecia Femminile
Classificazione Dell’Alopecia Femminile secondo LUDWING.

La progressiva involuzione del bulbo pilifero che talvolta determina la calvizie dipende dal diidrotestosterone (5DHT), metabolica attivo intracellulare del testosterone (T) che raggiungiunto il nucleo determina la sintesi di un messaggio antiproliferativo. La conversione del Testosterone in Diidrotestosterone avviene attraverso l’azione di un enzima chiave chiamato 5 alfa reduttasi.

MALATTIE ENDOCRINE FEMMINILI

Le condizioni ormonali più frequentemente associate a caduta dei capelli nella donna sono:

  • Tiroidite di Haschimoto
  • Policistosi Ovarica e Micropolicistosi Ovarica
  • Iperfunzione surrenalica

LA TERAPIA ENDOCRINOLOGICA

Premesso che la terapia endocrinologica dell’alopecia femminile (caduta dei capelli) non può prescindere dalla correzione di eventuali errori nutrizionali o dalla cura di eventuali patologie autoimmuni o dermatologiche associate ad aumentata perdita dei capelli, è importante sapere che essa mira a due obiettivi principali: correggere un eventuale deficit estrogenico, ridurre l’azione degli androgeni.

Tralasciando le modalità per integrare la quota estrogenica, abbiamo visto come particolarmente in soggetti predisposti geneticamente anche livelli normali degli androgeni possano determinare un danno del capello. La donna produce in modo del tutto fisiologico una certa quantità di androgeni che derivano principalmente dall’ovaio e dal surrene; essi non solo sono alla base della sintesi degli stessi estrogeni ma la quota che sfugge a questa conversione è indispensabile per molte funzioni fisiologiche dell’organismo e tra queste la sessualità. In alcune condizioni questa quota androgenica aumenta ed oltre a determinare ipertricosi ed irsutismo può causare caduta dei capelli, la così detta alopecia androgenica

La terapia endocrinologia può ridurre i livelli degli androgeni attraverso molteplici punti di attacco:

  • Riducendo la sintesi degli androgeni a livello ovarico e/o surrenalico;
  • Incrementando la proteina di trasporto nel sangue degli ormoni sessuali (la Sex Hormone Binding Globulin o SHBG prodotta nel fegato) e facendo in modo quindi che gli androgeni rimangano legati ad essa e siano meno disponibili per l’azione periferica;
  • Inibendo l’azione della 5 alfa-reduttasi, enzima che trasforma il Testosterone nel suo metabolica attivo Diidrotestosterone;
  • Bloccando i recettori citoplasmatici per il Diidritestosterone ed evitando quindi la sua azione a livello nucleare.

La pillola contraccettiva, quando non controindicata, si è dimostrata spesso molto utile; in effetti essa incrementa la SHBG e determina un riduzione della sintesi ovarica degli androgeni; alcune formulazioni (es. Diane) inoltre presentano un progestinico (Ciproterone) che aggiunge un’azione antagonistica a livello recettoriale per il Diidrotestosterone.

Accanto a questa negli ultimi anni sono emersi integratori come l’Inositolo, il Mioinositolo ad il Chiroinosito che migliorando il metabolismo dell’insulina riescono a ridurre la componente androgenica di origine ovarica.

La Finasteride (Propecia) riduce l’attività della 5 alfa-reduttasi ma mentre è controindicata nelle donne per il rischio malformativo in caso di gravidanza; anche lo Spironolattone (diuretico) è dimostrato attivo ma non è scevro da effetti collaterali e non è registrato per questa indicazione.

Molto interessante si è dimostrato l’utilizzo della Serenoa Repens, un prodotto di origine naturale per molti anni ed ancora oggi utilizzato nell’ipertrofia prostatica; la sua azione si esplicherebbe sia riducendo l’attività della 5-alfa-reduttasi sia competendo per il recettore citoplasmatico del Diidrotestosterone.

La terapia endocrinologia dell’alopecia femminile ed in particolare di quella con componente androgenica è efficace e può dare ottimi risultati. Per ottenere i migliori risultati va iniziata più precocemente possibile. Richiede sempre una adeguata consultazione medica ed un costante monitoraggio.

 

IL NODULO TIROIDEO

nodulo tiroideo

Un ingrandimento localizzato, rotondeggiante della Tiroide porta a quello che comunemente chiamiamo “nodulo tiroideo”. Può essere di natura benigna (nella gran parte dei casi) o maligna, singolo o multiplo. È certamente una delle malattie tiroidee più frequenti. Si stima che circa il 4-7% della popolazione generale sia portatore di questa patologia con prevalenza maggiore nelle donne.

Nodulo Tiroideo
La patologia nodulare tiroidea è molto frequente e spesso di riscontro del tutto occasionale

Fortunatamente i noduli tiroidei sono in gran parte dei casi benigni e solo il 5-20% delle formazioni nodulari ha un’origine tumorale maligna ma proprio per individuare queste forme pericolose è importante individuare precocemente i noduli anche solo potenzialmente maligni.

Purtroppo il nodulo tiroideo è spesso asintomatico e la diagnosi non è infrequente che avvenga in modo del tutto occasionale (incidentale).

Molto brevemente vorrei aiutarvi con questo articolo a rispondere a quelle che sono le domande più frequenti:

 

  • Che significato ha un nodulo tiroideo, come si forma e quali sono i sintomi?
  • Quali sono le tecniche diagnostiche più indicate?
  • Quali sono i rischi, particolarmente a livello oncologico (tumorale)?
  • Quali sono le terapie (le cure) per i noduli tiroidei?

Per fornirvi un’informazione aggiornata ed attendibile farò riferimento a quelle che sono le attuali linee guida internazionali che sostanzialmente si rifanno a quelle elaborate nel 2010 dall’American Association of Clinical Endocrinologist (AACE), dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) e dall’European Thyroid Association (ETA).


COME SI FORMANO I NODULI TIROIDEI E QUALI SONO I SINTOMI

Il nodulo tiroideo consiste in un aumento volumetrico circoscritto della ghiandola tiroidea. Può essere singolo o multiplo; a struttura solida, cistica o mista e talvolta calcifica; funzionante, spesso con produzione autonoma di ormoni tiroidei, oppure silente quando non produce ormoni o comunque ne produce in quantità normale. Viene poi ulteriormente distinti in benigno e tumorale (neoplastico).

Come abbiamo detto l’incidenza della patologia nodulare tiroidea è molto alta; noduli tiroidei vengono infatti riscontrati nel 20-70% degli esami ecografici condotti sulla Tiroide.

Fattori considerati favorenti l’insorgenza di noduli tiroidei sono la carenza di iodio, l’esposizione a radiazioni, l’invecchiamento; inoltre è ben nota la tendenza ad una aggregazione familiare (fattori genetici) e la maggiore prevalenza nel sesso femminile rispetto a quello maschile.

La sintomatologia dei noduli tiroidei è quindi correlata alle loro dimensioni, alla patologia tiroidea nel contesto della quale si formano (Tiroidite Cronica di Haschimoto, Gozzo Multinodulate) ed all’eventualmente alla capacità autonoma (Adenoma Tossico, Ipertiroidismo).

I noduli di maggiori dimensioni (sempre superiori ad 1 cm) possono determinare delle tumefazioni percepibili palpatoriamente dal paziente stesso o visivamente da un astante; ma solo quelli che raggiungono dimensioni ragguardevoli o che si inseriscono in un gozzo multinodulare causano sintomo compressivi e sensazione di ingombro o soffocamento.

Altre volte i sintomi più che al nodulo sono attribuibili alla patologia di base tiroidea come spesso avviene nei casi di ipotiroidismo; più raramente invece, nei casi di adenomi autonomi nel proprio funzionamento si hanno i tipici sintomi di un ipertiroidismo (spesso anche importante).


LA DIAGNOSI

La clinica, la visita endocrinologica, è sempre il momento più importante. Si parte sempre dall’anamnesi che consente di contestualizzare i sintomi riferiti dal paziente rispetto a fattori di rischio, trattamenti farmacologici, momenti di fisiologia (come ad esempio uno stato gravidico o menopausale); l’ispezione e la palpazione della regione anteriore del collo e delle catene lindonodali poi oltre a fornire informazioni sul volume e consistenza della Tiroide, su una sua eventuale dolorabilita e sui rapporti con i tessuti vicini, consente anche di individuare anche eventuali linfonodi ingranditi.

La diagnostica ormonale e strumentale seguono poi percorsi di diagnostica differenziale quasi sempre necessari.

Per quanto riguarda la funzionalità della ghiandola tiroidea la valutazione normalmente ricorre al dosaggio del TSH ( Tireotropin Releasing Hormone, un piccolo ormone prodotto dall’Ipofisi che controlla la Tiroide ed i cui livelli si correlano alla sua funzionalità) e solo in casi selezionati al dosaggio di FT3 FT4 ( le frazioni libere degli ormoni tiroidei circolanti); considerando che gran parte della patologia tiroidea è su base autoimmune completano talvolta le indagini ormonali quelle immunologiche riguardanti la ricerca di anticorpi contro la Tireoglobulina e la Perossidasi Tiroida oppure il recettore del TSH (quando ad esempio si sospetta un Morbo di Basedow).

Il dosaggio ematico della Tireoglobulina, della Calcitonina e dell’Antigene Carcino-Embrionale anche se ritenuti spesso aspecifici vengono talvolta adoperati.

 

Ecografia color-doppler nodulo tiroideo
Nodulo tiroideo con vascolarizzazione centrale e periferica

Tra gli esami strumentali l’ecografia tiroidea svolge un ruolo di primo piano nella diagnostica dei noduli tiroidei. L’uso di sonde ecografiche ad alta frequenza, dotate di color-doppler e talvolta di elastografia consente ormai non solo di individuare agevolmente anche piccolissime formazioni nodulari ma anche di studiarne la composizione (solido, liquida, mista o complessa con strutture papillari o calcifiche) la vascolarizzazione e le caratteristiche di resistenza tissutale.

Ma quali sono i criteri che rendono sospetto un nodulo tiroideo all’ecografia? Sono diversi e tutti indipendenti l’uno dall’altro:

  • riguardo le dimensioni il limite di un centimetro come soglia di allarme è certamente arbitrario ma ha dimostrato una buona attendibilità nella pratica clinica; importanti sono anche eventuali variazioni volumetriche;
  • la morfologia, particolarmente quando complessa o disomogenea oppure con confini del nodulo poco delineati rispetto al tessuto circostante o calcificazioni;
  • la vascolarizzazione quando centrale (all’interno del nodulo);
  • la presenza associata di linfonodi sospetti.

La scintigrafia con Tecnezio 99m e Iodio-123 fa parte ormai in gran parte della storia della diagnostica strumentale della Tiroide: la distinzione in noduli freddi (non captanti i radioisotopici), caldi (ipercaptanti) o isocaptanti non è in grado di distinguere il nodulo maligno da quello benigno. Il nodulo freddo è più correlato ad una potenziale malignità ma come è emerso sa molteplici analisi retrospettive l’84% dei noduli solitari sono freddi e di questi solo il 16% si dimostrerà effettivamente maligno; inoltre anche i noduli caldi anche se più raramente (in circa il 4% dei casi) hanno dimostrato malignità.

 

La Tomografia Assiale Computerizzata e la Risonanza Magnetica Nucleare non hanno un ruolo limitato nella valutazione iniziale del nodulo tiroideo trovando invece un impiego molto utile nel sospetto di invasione tracheale e del mediastino.

 

La diagnostica citologica attraverso agoaspirato costituisce un momento diagnostico di grande importanza. All’agoaspirato del nodulo tiroideo si arriva sulla base di indicazioni cliniche e strumentali (come abbiamo visto principalmente ecografiche). Il prelievo condotto quasi sempre sotto guida ecografica ed in anestesia locale consente di prelevare un campione di cellule da quelli che vengono considerati i noduli più sospetti e ottenere una risposta citologica che può essere di benignità, malignità, sospetto o indeterminatezza; talvolta però l’esito può anche essere inconclusivo per scarsità del materiale prelevato.

Sicuramente il prelievo citologico è di grande aiuto per un corretto management del nodulo tiroideo ed ha ridotto molto la necessità di intervenire chirurgicamente. Certamente ha anche dei limiti che sono legati al tipo di tumore da cercare: mentre l’accuratezza è elevata per il carcinomi papillare, indifferenziato (anaplastico), midollare e per i linfomi primitivi la stessa attendibilità non si ha per i tumori follicolari ed a cellule di Hürtle che vengono spesso interpretati come reperti indeterminati o sospetti.

Tecniche immunocitochimiche e di genetica molecolare possono incrementare l’accuratezza diagnostica.

La biopsia della Tiroide consente di asportare un frammento di tessuto ed ha un potere diagnostico maggiore ma è gravata da rischio di ematoma e lesione della trachea e dei nervi laringei o di altre strutture del collo.


TERAPIA E GESTIONE (MANAGEMENT) DEL NODULO TIROIDEO

Dopo una accurata valutazione clinico-anamnestica, ormonale e strumentale ecografica, l’agoaspirato tiroideo è il principale passaggio nella valutazione del nodulo tiroideo.

Sulla base della sua risposta avviene la successiva condotta clinica:

  • se la risposta citologica è rassicurante può essere adottato un criterio di attesa e sorveglianza longitudinale; alcuni in questi casi considerano anche la somministrazione di Lecotiroxina;
  • Se la risposta descrive malignità, un reperto sospetto o indeterminato l’orientamento è quello dell’escissione chirurgica.

STRATEGIE DI PREVENZIONE

Il mio consiglio è particolarmente se si hanno fattori di rischio e familiarità quello di fare costantemente controlli periodici. I noduli tiroidei sono purtroppo molto frequenti e spesso anche insidiosi rimanendo anche per lungo tempo asintomatici.

 

MINACCIA PARTO PREMATURO E PARTO PRETERMINE

Per PARTO PREMATURO o PRETERMINE intendiamo quel parto che avviene prima della 37° settimana gestazionale (259 giorni).

Poiché il parto prematuro costituisce la principale causa di mortalità e morbilità (malattia) del neonato è davvero molto importante parlarne e diffonderne la conoscenza anche tra le future mamme.

Come riconoscere una minaccia di parto prematuro?

La caratteristica sintomatologia cui dovreste porre molta attenzione è la comparsa di contrazioni che generalmente corrispondono a dolori addominali ritmici e percezione palpatoria addominale di indurimento uterino. Non esitate in una condizione di questo genere a chiedere un consulto ostetrico ginecologico.

Le condizioni più frequentemente associate a minaccia di parto prematuro e parto pretermine sono:

  • anomalie morfologiche dell’utero come la fibromatosi uterina e sindromi malformative (utero bicorne);
  • iperdistensione della cavità uterina come avviene nel Poliamnios (aumento del liquido amniotico) e gravidanze nelle gravidanze gemellari;
  • infezioni sistemiche, genitali (particolarmente pericolosa la vaginosi batterica) e del tratto urinario;
  • anomalie della cervice uterina (esiti importanti di pregresse conizzazioni, incompetenza cervicale);
  • la Rottura Prematura delle Membrane;
  • la restrizione della crescita fetale (iposviluppo fetale)
  • Malattie materne croniche come il diabete e l’ipertensione o problemi endocrinologici come l’Ipertiroidismo

Vengono inoltre considerati fattori di rischio:

  • l’apparenza alla razza nera (16-18% contro il 5-8% della razza bianca);
  • un pregresso parto pretermine o un aborto del secondo trimestre;
  • episodi di sanguinamento in gravidanza;
  • il fumo di sigaretta ed l’abuso di alcool;
  • il consumo di sostanze stupefacenti;
  • l’età materna (>40aa);
  • condizioni socio-economiche disagiate e basso peso prima del concepimento

Distinguiamo per gravità diverse forme di parto prematuro in base all’epoca gestazione in cui esso si verifica parlando di “estremo” quando avviene prima delle 28 settimane, “precoce” tra la 28 e la 30 settimane, “moderata” tra la 31 e la 33 settimane e “lieve” quando avviene dopo la 34 settimane.

Il progresso della medicina neonatale ci consente di gestire bambini in epoche molto precoci ma è innegabile che il parto prematuro costituisca ancora oggi un serio problema per i neonati essendo causa possibile di :

– decesso neonatale;

– gravi disturbi respiratori acuti (Respiratory Distress Sindrome – RDS) e cronici;

– sepsi ed enterocolite necrotizzante;

– emorragia intraventricolare e paralisi cerebrale;

– cecità e/o sordità;

– anomalie dello sviluppo cognitivo e motorio.

E’ evidente quindi come la lotta al parto pretermine e particolarmente la sua prevenzione debba costituire un’autentica priorità medica e sociale.

Una strategia applicabile è quella di effettuare tra la 22a e la 24a settimana il dosaggio cervici-vaginale della Fibrinonectina Fetale (glicoproteina prodotta dagli amniotici e citotrofloblasto) oppure sempre nello stesso periodo effettuare una cervicometria (ecografia transvaginale del collo dell’utero).

 

Reperto ecografico cervicometrico vaginale normale
Reperto ecografico cervicometrico vaginale normale

La cervicometria si è dimostrata sin dal 1998 (quando Nicolaides la propose per la prevenzione del parto pretermine) una tecnica molto affidabile, ripetibile, sicura e dal costo contenuto: normalmente la cervice tra la 22a e la 24a settimana è lunga mediamente 36 mm e valori inferiori si correlano esponenzialmente con un aumento di rischio particolarmente quando inferiori a 15 mm nella gravidanza singola e 25 mm nella gemellare. Nel corso della cervicometria viene sempre esaminato l’orifizio uterino interno ed una sua eventuale dilatazione (particolarmente se associata a ridotta cervicometria) costituisce un ulteriore elemento di rischio.

La Fetal Medicine Foundation (http://www.fetalmedicine.com) ha addirittura messo a punto un software online (disponibile solo per medici accreditati) che consente di integrare il dato cervicometrico con altri fattori di rischio in modo tale da avere una stima di rischio ancora più accurata.

Numerose sono le strategie terapeutiche introdotte nel corso degli anni ma nessuna di esse ha risolto definitivamente il problema.

Tra queste certamente hanno avuto ed hanno un ruolo importante il cerchiaggio cervicale, l’uso di progestinici (particolarmente per intra muscolare e vaginale), i tocolitici (farmaci che agiscono selettivamente su recettori uterini).

A queste si affiancano l’uso di antibiotici e più recentemente di pessari vaginali.

La sopravvivenza fetale e la riduzione della morbilità è migliorata inoltre anche grazie dall’uso di farmaci (generalmente corticosteroidi) induttori della maturità polmonare fetale; farmaci che quando correttamente somministrati alla mamma prima del parto riducono l’incidenza o la gravità dell’insufficienza respiratoria neonatale.

Ciascuna di queste terapie ha specifiche indicazioni e controindicazioni che esulano dallo scopo informativo di questa trattazione e sono di esclusiva scelta del vostro Medico Specialista o Centro di Riferimento Ospedaliero.

Il Parto Prematuro è diventato sempre più anche una scelta terapeutica (iatrogenico) necessaria particolarmente quando le condizioni fetali per motivi acuti o cronici (es. arresto della crescita) lo richiedano o quando gravi condizioni materne non consentano più la prosecuzione della gravidanza.

La scelta di un parto prematuro iatrogenico è sempre frutto di un attenta valutazione su vantaggi e svantaggi sia a livello materno che fetale e certamente è agevolata dalla possibilità di avere una buona assistenza neonatale intensiva e rianimatoria.

Per concludere questa breve dissertazione è importante che le future mamme conoscano la gravità di un parto pretermine, sappiano adottare una particolare prudenza quando appartenenti alle categorie a rischio; prudenza che sostanzialmente consiste nel seguire le raccomandazioni mediche e riconoscere precocemente eventuali sintomi.

La cultura della prevenzione è sicuramente cresciuta e sempre più esami come la cervicometria, l’urinocoltura ed il tampone vaginale vengono effettuati anche nella popolazione a basso rischio.

Esame microscopico a fresco delle secrezioni vaginali per la prevenzione del parto prematuro.
Esame microscopico a fresco delle secrezioni vaginali per la prevenzione del parto prematuro.

 

Nel nostro studio la cervicometria viene effettuata ormai di routine nel corso della visita ostetrica tra la 22 e 24

settimane; inoltre, al fine di contrastare forme infettive vaginali (la vaginosi batterica in particolare) viene anche effettuato un esame microscopico “a fresco” delle secrezioni vaginali nel corso della prima visita ostetrica.

Per tenervi informate iscrivetevi alla Newsletter o alla nostra pagina Facebook.

 

MENOPAUSA PRECOCE ed Insufficienza Ovarica Prematura.

Cercherò in questo articolo di fare chiarezza sulla MENOPAUSA PRECOCE meglio oggi chiamata INSUFFICIENZA OVARICA PREMATURA (POF); uno degli argomenti più controversi e purtroppo poco conosciuti della ginecologia moderna. Ho già scritto anche dei libri (sia in italiano che in lingua inglese) su questo delicatissimo argomento che potrete trovare anche nell’area risorse di questo sito; ho comunque sentito la necessità di fare un aggiornamento, un “up to date” su questa grave patologia endocrina dell’ovaio.

Il Dott. Filiberto Di Prosperp è considerato uno dei maggiori esperti su Menopausa Precoce ed Insufficienza Ovarica

Come probabilmente già saprete l’età media della MENOPAUSA fisiologica (cessazione delle mestruazioni e dell’attività riproduttiva) è intorno ai 50 anni con una oscillazione considerata normale tra i 48 ed i 52 anni. A differenza del menarca (epoca di insorgenza della prima mestruazione) che ha visto progressivamente anticipare la propria insorgenza probabilmente in diretta relazione con il miglioramento delle condizioni socio-economiche ed alimentari, l’età di insorgenza della Menopausa nel corso degli anni non ha mostrato alcuna variazione dimostrando comunque una forte dipendenza genetica ereditaria e suscettibilità a fattori esterni come il fumo di sigaretta ed insulti infettivi, farmacologici o radioattivi.

Le OVAIE, normalmente in numero di due e collocate simmetricamente nella pelvi lateralmente all’utero hanno un doppia funzione: riproduttiva ed endocrina. Mentre quella riproduttiva, legata alla presenza dei follicoli ovarici (presenti in numero predefinito già alla nascita) termina certamente con la menopausa quella endocrina (legata alla produzione di estrogeni, progesterone ed androgeni) contrariamente a quanto si è sempre pensato non termina completamente con la menopausa. In effetti ormai è accertato che seppure il drammatico calo degli estrogeni costitutisce il principale momento caratterizzante questo periodo, responsabile di gran parte delle sue conseguenze cliniche, in realtà l’ovaio continua a secerne una piccola quantità di ormoni androgenici deboli molto importanti per le età successive alla menopausa.

Immagine ecografica di un ovaio normale dove è presente anche un follicolo dominante

Il PATRIMONIO FOLLICOLARE è la componente ovarica più sensibile agli agenti esterni e va progressivanente riducendosi. Circa 3,5 milioni di ovociti sono presenti in ciascun ovaio all’inzio della vita fetale e già alla nascita ben 2/3 di questi andranno persi e dei rimanenti (cirac 1.000.000 per ovaio solo 300-400.000 arriveranno al menarca e di questi poco meno di 1.000 sarà presenti nel periodo pre-menopausale. Circa cinque follicoli ad ogni ciclo mestruale iniziano la crescita e solo uno di essi, il follicolo dominante arriverà all’ovulazione emettendo l’ovocita e permettendo il concepimento; ma buona parte dei follicoli non si cimenta nemmeno in questa crescita e per motivo ancora non completamente chiarite ed in parte sicuramente immunologici va incontro ad un processo di atresia.

La crescita follicolare (caratterizzata dalla prevalente secrezione di estrogeni), l’ovulazione e la successiva fase luteale (caratterizzata da secrezione di estrogeni e progesterone) stimolano la parte più interna dell’utero determinando normalmente un ritmo mestruale di 28 giorni (molto simile quindi al ciclo lunare) con oscillazioni che nel limite di 7 giorni in anticipo o in ritardo vengono considerate normali. Il ritmo mestrale essendo quindi espressione direttamente correlata alla funzione endocrina e riproduttiva dell’ovaio quando alterato costituisce un buon motivo per condurre indagini morfologiche ed ormonali.

Il tutto è regolato da due piccoli ORMONI IPOFISARI: FSH (Follicle Stimualting Hormone) ed LH (Luteinising Hormone) che prodotti dall’Ipofisi Anteriore con un differente ritmo pulsatile nel sangue determinano crescita e scoppio del follicolo. Di questi l’FSH è un ottimo indicatore della salute dell’ovaio e della sua funzionalità essendo inversamente correlato (feedback negativo degli estrogeni) al patrimonio follicolare; aumenta in tutte le condizioni di insufficienza dell’ovaio e particolarmente durante e dopo la menopausa.

La MENOPAUSA PRECOCE è una condizione di esaurimento funzionale dell’ovaio con amenorrea secondaria (assenza delle mestruazioni), infertilità e sintomi neurovegetativi come caldane, sudorazione ed insonnia a comparsa prima dei 40aa di età. Si tratta di una sindrome piuttosto complessa per molto tempo identificata erroneamente e troppo semplicemente come una menopausa anticipata. In realtà questa malattia ha meccanismi di insorgenza, quadro clinico ed ormonale, evoluzione molto diversi dalla menopausa fisiologica.

Dal punto di vista dell’ EPIDEMIOLOGIA colpisce circa l’1% delle donne sotto i 40aa e dimostra un’aggregazione familiare in circa il 20-30% delle pazienti. Il problema è quindi molto rilevante considerate anche le implicazioni riproduttive in una popolazione femminile che tende sempre piu a ritardare l’epoca della prima gravidanza

La classica DEFINIZIONE di Insufficienza Ovarica Prematura contempla come abbiamo visto la cessazione dei flussi mestruali, la comparsa di sintomi neurovegetativi con caldane e sudorazione, infertilità ed ipoestrogenismo (deficit degli estrogeni) prima dei 40 anni di età. In realtà le cose non stanno sempre così ed i SINTOMI possono essere diversamente associati e comparire in momenti diversi e con intesità variabile.

Non infrequenti ad esempio sono le cosiddette “forme occulte” cioè quelle situazioni nelle quali nonostante la presenza di flussi mestruali perfettamente regolari la riserva ovarica e la qualità ovocitaria sono ridotte; si tratta molto spesso ad esempio di forme altrimenti inspiegate di sterilità nelle quali una determinazione dell’FSH al 2° o 3° giorno del ciclo mestruale mostra valori superiori a 10-12 UI/ml.

Anche la progressione sintomatologica (ad esempio da banali irregolarità mestruali all’amenorea secondaria) non segue regolare precise e non è infrequente assistere a remissioni spontanee in situazioni solo apparentemente irreversibili diagnosticate come menopausa precoce.

In realtà le INSUFFICIENZE OVARICHE sono un vasto capitolo della medicina riconoscendo cause molto diverse. È così che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha suggerito di distinguere due principali tipi di Insufficienza Ovarica differenziando una forma PRIMITIVA dovuta ad una danno che agisce sull’ovaio ed una forma SECONDARIA nella quale l’ovaio in realtà è sano ma non viene adeguatamente stimolato per cause centrali Ipotalamo-Ipofisarie.

La POF rientra senz’altro nelle forme primitive ma seppure questa classificazione aiuta a distinguere anche dal punto di vista prognostico e terapeutico forme con cause molto diverse bisogna precisare che anche il danno ovarico in realtà non è sempre primitivo ma talvolta secondario ad altri fattori (es. chemioterapia, radioterapia, interventi chirurgici, malattie infettive…).

Sono stati identificati per l’Isufficienza Ovarica Prematura dei sicuri FATTORI DI RISCHIO e tra questi per per particolare frequenza vanno sicuramente ricordati:

  • familiarità (altri casi di menopausa precoce nella famiglia)
  • malattie autoimmune (in particolare la Tiroidite di Haschimoto ma anche vitiligine e Sindromi Poliendocrine)
  • il fumo di sigaretta
  • l’isterectomia, la chiusura delle tube, i trattamenti embolizzanti per fibromatosi (probabilmente attraverso una riduzione della vascolarizzazione)
  • interveti laparoscopici per cisti endometriosiche bilaterali dell’ovaio (meccanismo incerto ma probabile deplezione follicolare per un danno termico)
  • ripetuti interveti sull’ovaio, prolungati cicli di induzione follicolare, lunghi periodi di menopausa iatrogenica
  • difetti enzimatici congeniti (galattosemia)
  • anomalie cromosomiche
  • infezioni virali (ooforite)

Le anomalie cromosomiche riguardano delezioni, traslocazioni, presenze sovrannumerarie generalmente del cromosoma X (l’esempio più noto è la Sindrome di Turner 45XO ed il Down 47XXX) ma anche le forme autosomiche dominanti e recessive non sono rare.

Tra le anomalie genetiche particolare attenzione merita la premutazione del gene FMR1 sul braccio lungo del Cromosoma X denominata anche “Sindrome dell’X Fragile”; in queste pazienti infatti si assite spesso all’insorgenza di Insufficienza Ovarica prematura.

La forma più comune di Insufficienza Ovarica Prematura o Menopausa Precoce è quella idiopatica cioè quella forma primitiva dell’ovaio dove solitamente non è evidenziabile una causa precisa. In queste forme è stato fortemente ipotizzato comunque un meccanismo autoimmune di agressione dell’ovaio la cui causa potrebbe essere una predisposizione individuale (spiegherebbe la frequente associazione con altre malattie autoimmuni).

Per quanto riguarda la DIAGNOSI accanto alla rilevazione dei sintomi (talvolta abbiamo visto completamente assenti) è molto importante la determinazione dell’FSH e dell’Ormone Anti Mulleriano (AMH).

L’ FSH è solitamente il primo esame condotto per valutare la riserva ovarica (potenziale riproduttivo). Infatti tende ad aumentare con il ridursi del patrimonio follicolare e della produzione di estrogeni. La sua determinazione viene fatta solitamente la mattina del 2° o 3° giorno di flusso mestruale. Valori superiori a 12 UI/L sono considerati poco rassicuranti e meritevolimdimattenzione. Va considerato comunque che l’FSH è un ormone a secrezione “pulsatile” e che esistono variazioni intercicliche e legate all’età, quindi si richiedo sempre almeno due differenti valutazioni.

L’ ORMONE ANTI MULLERIANO (AMH) ha invece un comporatmento inverso e tende a ridursi in presenza di deficit ovarico. Costituisce attualmente l’indagine ormonale più attendibile per la valutazione della riserva ovarica e può essere dosato in qualsiasi momento del ciclo. L’AMH è un glicoproteina secreta esclusivamente dalle cellule della granulosa dei follicoli preantrali primari e secondari e dai piccoli follicoli antrali (2-6mm). Proprio perché prodotto da follicoli in fase ormono-indipendente i suoi livelli sono abbastanza stabili nel corso del ciclo mestruale ed ormai è ben noto come le sue concentrazioni siano direttamente correlate al numero dei follicoli primordiali ed antrali. Il dosaggio dell’Ormone Anti Mulleriano è quindi considerato un dei più attendibili parametri ormonali per la valutazione della riserva ovarica e quindi della capacità riproduttiva e di eventuale risposta a cicli di induzione. Valori tra 0,7 e 3,5 ng/ml vengono considerati normali; sotto 0,7 la probabilità di insuccesso riproduttivo e fallimento ovarico è molto alta.

L’ INIBINA B è prodotta dai follicoli reclutati ed ormai è considerata più un marker (costoso) per il monitoraggio follicolare che uno strumento per la valutazione della riserva ovarica.

Un ruolo diagnostico importante lo ha anche l’ ECOGRAFIA TRANSVAGINALE perchè consente di valutare oltre al volume gonadico anche la quantità dei follicoli antrali (strutture follicolari con un diametro compreso tra 3 e 10 mm).

Particolarmente la CONTA DEI FOLLICOLI ANTRALI (AFC) si è dimostrata particolarmente utile nel determinare il potenziale ripoduttivo (riserva ovarica) e la possibilità di successo ad eventuali induzioni farmacologiche dell’ovulazione specialmente quando considera quelli con diametro compreso tra 3 e 7 mm. Il conteggio dei follicoli antrali viene condotto in epoca molto precoce del ciclo, tra il secondo ed il terzo giorno con una sonda endovaginale tradizionale o tridimensionale.

Anche se forse è ancora presto stabilire dei valori soglia sulla base dei dati disponibili in letteratura possiamo ragionevolmente considerare rassicuranti un volume ovarico complessivo superirore a 6 cm3 e la presenza su entrambe le ovaie di almeno 7 follicoli antrali.

L’ECOGRAFIA PELVICA per il conteggio dei follicoli antrali è una tecnica sempre più utilizzata nel nostro studio e fornisce buoni indici prognostici sia in termini riproduttivi che di approssimazione di un completo esaurimento funzionale dell’ovaio. Viene condotta in modo standardizzato con sonda endovaginale in fase molto precoce del ciclo. Il referto comprende una stima del volume ovarico ed il conteggio complessivo dei piccoli e grandi follicoli antrali.

I TEST DINAMICI, dei quali i più usati sono quello al Citrato di Clomifene e quello con stimolazione esogena di FSH hanno perso nel tempo gran parte della loro utilità e vengono utilizzati esclusivamente in previsione di una Riproduzione Assistita in pazienti con modesto deficit ovarico (forme denominate precliniche o occulte).

Vorrei ora soffermarmi su due aspetti che ritengo di grande importanza: PREVENZIONE e DIAGNOSI PRECOCE.

Una PREVENZIONE è certamente possibile evitando quelli che sono i fattori di rischio già noti. Inoltre strategie di salvataggio (pillola, menopausa artificiale con analoghi del GnRH, conservazione di ovociti o tessuto ovarico, dislocamento laparoscopico) possono anche essere considerate prima di intraprendere cicli di radio o chemioterapia potenzialmente lesivi per le gonadi.

Le scelte terapeutiche (mediche e/o chirurgiche) per qualsiasi motivo condotte dovrebbe sempre considerare l’impatto riproduttivo.

Inoltre donne con storia familiare di menopausa precoce, fumatrici e/o affette da malattie autoimmuni dovrebbero essere consapevoli di un aumentato rischio per POF prestando particolare attenzione ad eventuali alterazioni mestruali o difficoltà nel concepimento.

La DIAGNOSI PRECOCE con i test attuali è certamente possibile e permette strategie riproduttive non percorribili in fasi più avanzate della malattia. È importante quindi sempre pensare ad una ridotta riserva ovarica difronte a sterilità o infertilità altrimenti inspiegate (forme occulte).

La TERAPIA MEDICA viene considerata quando il deficit gonadico determina irregolarità o assenza delle mestruazioni, sintomi neurovegetativi (insonnia, caldane, riduzione della performance…). I farmaci comunemente usati contengo ESTROGENI e PROGESTINICI (E/P) in formulazioni (dosi, vie di somministrazione) che garantiscono un buon trofismo genitale ed il mantenimento di flussi mestruali indotti. Queste scelte terapeutiche sono molto personalizzate e rispondono a criteri di sicurezza ed appropriatezza; una volta iniziata, con gli opportuni controlli, la terapia andrebbe proseguita fino all’età della menopausa fisiologica.

La terapia della Menopausa Precoce prevede l’uso di estrogeni e progestinici.

Particolarmente nelle donne con utero intatto l’associazione con il progestinico è obbligatoria mentre la via di sommistrazione risente di scelte personali ed indicazioni mediche; le vie di somministrazione oltre quella classica orale sono generalmente quella cutanea e vaginale. L’associazione di estrogeni e progestinici generalmente viene fatta secondo quello che è chiamato “schema sequenziale” il più simile a quello fisiologico del ciclo mestruale.

Non infrequente è la scelta di contraccettivi orali che garantiscono praticità e prevenzione di gravidanze indesiderate (proprio in occasione di trattamenti ormonali sostitutivi sono state descritte rare remissioni con gravidanze che se non desiderate particolarmente in giovanissime pazienti possono determinare gravi problemi psicologici).

Il mancato intervento terapeutico ha come conseguenza l’insorgere dei sintomi tardivi del deficit estrogenico come distrofia genitale, Osteopenia e Osteoporosi, accelerato invecchiamento, problemi cardio-circolatori.

Nonnè infrequente la necessità di combina diverse vie di somministrazione o di associare ad una terapia sistemica anche una terapia locale vaginale per combattere eventuali problemi del tratto uro-genitale.

La somministrazione di ANDROGENI, Testosterone (T) Deidroepiandrosterone (DHEAS) è generalmente considerata in presenza di deficit surnalico, gravi alterazioni della libido e dell’umore, importante compromissione della performance

Da considerare anche che una accentuata distrofia genitale ed un ridotto volume uterino hanno implicazioni anche su un eventuale tentativo riproduttivo PMA (ovo donazione).

Tutte le pazienti affette da Insufficienza Ovarica anche se solo occulta o scarsamente sintomatica devono attenersi ad alcune RACCOMANDAZIONI:

  • Consultate periodicamente il vostro ginecologo ed attenetevi agli esami di controllo periodici (potrebbero riguardare anche il vostro apparato cardiovascolare, scheletrico e metabolico);
  • Evitate tutti i fattori potenzialmente in grado di peggiorare la funzionalità ovarica (es. fumo di sigaretta);
  • Non confondete la vostra malattia con la tipica Menopausa ad insorgenza dopo i 48-50 anni, come avete visto sono condizioni molto diverse;
  • Ponete attenzione a sintomi che possano far pensare ad una eventuale remissione (discutetene con il vostro ginecologo) e considerate che anche in forme apparentemente irreversibili sono state descritte gravidanze;
  • Seguite con scrupolosità i programmi di screening oncologico ma monitorate anche la funzione di altre ghiandole endocrine come Tiroide, Pancreas, Surrene.

La REMISSIONE SPONTANEA è un aspetto caratteristico delle Insufficienze Ovariche primitive e purtroppo non abbiamo strumenti predittivi a questo riguardo. Le remissioni possono alternarsi a periodi di amenorrea e peggioramento dei sintomi determinando confusione nelle pazienti e talvolta anche nei medici che non conoscono la malattia.

Talvolta pazienti in trattamento ormonale sostitutivo (HRT) avvertono una improvvisa tensione mammaria,perdite ematiche irregolari o l’assenza del flusso da sospensione; in questi casi è bene consultare il proprio Ginecologo Curante o il Centro Ospedaliero di Riferimento per accertamenti.

Mentre le remissioni sono esperienza comune le GRAVIDANZE in queste occasioni sono veramente rare anche perché l’Insufficienza Ovarica e la Menopausa Precoce non solo determinano un deficit dell’ovulazione ma anche e principalmente una scarsa qualità ovocitaria. È proprio la scarsa qualità ovocitaria che rende difficile la fecondazione ed espone ad abortività precoce e malformazioni fetali.

Ho comunque avuto il piacere di assistere a gravidanze decorse in modo fisiologico e coronate da un completo successo riproduttivo ma si tratta comunque di casi veramente eccezionali. Molto importante considerare in caso di gravidanza in pazienti affette da POF la collaborazione con un Ginecologo esperto in Endocrinologia della Riproduzione. Questo non solo per le scelte terapeutiche iniziali manch per la gestione delle frequenti endocrinopatie associate.

CONCLUSIONI. Troppe volte ho assistito ad una diagnosi tardiva di insufficienza ovarica occulta per molti anni e ad atteggiamenti non adeguati nei confronti di giovani donne affette da Menopausa Precoce, una condizione che se non trattata ha gravi conseguenze cliniche. Diffondere quindi informazioni su questa malattia ha come scopo quello di aumentare la consapevolezza femminile e poter fare per quanto possibile una prevenzione ed una diagnosi precoce.