SVEZZAMENTO, SEPARAZIONE, CRESCITA.

svezzamento

Sin dalla nascita il cibo é un elemento della nostra vita su cui è riversato un grande significato, basti pensare all’importanza che le donne, ma anche l’intera societá, danno all’allattamento al seno, piuttosto che l’uso del latte artificiale.
Quando si interagisce con una neo mamma, per sapere se il bambino sta bene sono due le domande di rito da porre: “Mangia? Dorme?”. Quasi fossero solo questi i bisogni che rendono il bambino sano e felice.
Sin dalla gravidanza, peró, il cibo rivela la sua ambivalenza: non solo buono e necessario allo sviluppo del feto, ma anche pericoloso, cosí come espresso dalle nausee, soprattutto nel primo trimestre. Con la nausea, il corpo della madre protegge il feto dal rischio che il cibo sia nocivo, dai cosiddetti agenti teratogeni. Anche senza che ce ne rendiamo conto, abbiamo un’informazione spontanea sul fatto che il cibo non fa solo bene, puó anche far male.
Ci sono madri che continuano a dare pappe frullate ai loro figli perché non hanno fiducia che questi sappiano masticare, sono angosciate dall’idea che soffochino, che il cibo li ammazzi. L’angoscia di morte che una madre riversa sul figlio ha certamente molte cause, ma rimane una delle molte informazioni che in modi imprevedibili e diversificati lascerá un segno nella vita di quel fututo adulto.
Il cibo si lega indissolubilmente alla vita ma anche alla morte.

Lo svezzamento é una tappa dello sviluppo del bambino che va esattamente in questa duplice direzione.
Il termine svezzamento indica che il momento oppurtuno per il suo verificarsi è quando il seno (o il biberon) rimane solo un vezzo, quando cioé in questo pasto non ci sono piú i nutrienti sufficienti a garantire la corretta crescita del bambino. Gli serve altro cibo.
Anche a livello simbolico, questo significa che al bambino serve altro dalla madre; non basta piú mangiare (dal)la madre, il mondo si apre a maggiori possibilitá, nascono i dentini, aumenta la reattivitá, l’esplorazione, la curiositá. Quando il bambino non mangia si sente frequentemente dire “il bambino non mi mangia”, come se non mangiasse loro stesse, come se non mangiasse proprio la madre, cioé come se stesse rifiutando non solo il cibo, ma proprio lei.
Svezzare un bambino vuol dire permettergli di separarsi. Accettare che si separi, che si allontani, che preferisca altro alla madre.
Ci sono quindi due movimenti: con lo svezzamento, non solo il bambino si stacca dalla mamma, ma anche la mamma deve staccarsi dal suo bambino!
Spesso si ascoltano madri che si lamentano di quanto i loro figli siano appiccicosi, ma altrettanto spesso le stesse madri non si accorgono di creare dinamiche per cui sono loro le esclusive referenti del bambino: il bambino non vuole stare con nessun altro che non sia la madre, ascolta solo la parola della madre. Queste donne non si accorgono del fatto che le prime ad avere un ritorno dalla vicinanza del figlio sono proprio loro, indispensabili.
Capita giá dalla gravidanza che le donne dicano che la pancia “fa compagnia”, che non si sentono piú sole. Questa frase, bella e tenera, nasconde anche un rischio: il bambino rischia di diventare un tappo alle sofferenze materne, alla solitudine materna, all’insoddisfazione della madre. Cosí non si punta piú all’autonomia del bambino, ma alla vicinanza, perché quel bambino serve a qualcosa, serve alla madre.

A volte, quando una coppia si separa e i figli sono molto piccoli, puó capitare che la madre si aggrappi a questi figli con le unghie e con i denti per non affogare, e spesso non si accorga che ad affogare sono i figli sotto il suo peso.
Ci sono madri che imboccano i bambini fino a tre anni (per non citare le madri che allattano i figli fino a tre anni!), cosí come madri che si tengono i figli nel letto fino a 6. Bisognerebbe chiedersi: chi é che trae maggior vantaggio da questo?

Spessissimo, quando il bambino rifiuta il cibo, anche da molto piccolo, che cosa sta rifiutando?
In alcuni casi si rifiutano le angosce della madre, che quando gli dá da mangiare, insieme al latte manda giú anche la paura. Ad esempio si puó pensare ad un bambino che nasce dopo degli aborti, oppure che nasce prematuro. In questi casi rimangono nella madre molte fantasie di morte che ricadono con forza e significato sul piccolo nato.
Il altri casi il sintomo del bambino (rispetto al cibo ma anche al sonno, ad esempio) rivela un problema della coppia genitoriale. A volte i figli nascono in momenti di difficoltá della coppia, difficoltá di vario genere, un figlio si fa anche per riparare, per riunire due persone. Quanti significati ci sono dietro una nascita? Il bambino puó diventare lo specchio su cui si riflette nitidamente l’immagine delle difficoltá dei suoi genitori. Anche se sono i piú amorevoli del mondo.

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la febbre nel bambino

LA FEBBRE NEL BAMBINO

La febbre è definita come un incremento della temperatura corporea centrale al di sopra dei limiti di normalità. Tali limiti possono rappresentare variabilità individuali e si modificano secondo un ritmo circadiano. Per una corretta definizione è stato pertanto stabilito di utilizzare quella fornita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità che individua una temperatura centrale normale quella compresa fra 36,5°C e 37,5°C (WHO,1996).

La febbre rappresenta da sempre uno dei più frequenti motivi di richiesta, da parte dei genitori, di visita pediatrica. Si riportano di seguito alcune importanti raccomandazioni sulla gestione del segno/sintomo febbre in Pediatria come indicato dalle linee guida della Società Italiana di Pediatria.

Per misurare la febbre è raccomandata la rilevazione dall’ascella con un termometro elettronico. La misurazione orale è da evitare. Nonostante che ancora oggi la temperatura rettale sia da molti considerata il gold standard per la misurazione della temperatura corporea, la via di misurazione rettale della temperatura corporea non dovrebbe essere impiegata di routine nei bambini con meno di 5 anni a causa della sua invasività e del disagio che comporta.

Per quanto riguarda l’impiego dell’antipiretico, è doveroso ed allo stesso tempo importante che il medico comunichi sempre ai genitori le differenze nella gestione del paracetamolo in gocce e sciroppo,che non è vero che “più è meglio”: cioè che dosi maggiori di antipiretico non si associano a maggior efficacia.

I farmaci contro la febbre vanno somministrati solo quando all’aumento di temperatura si associa una condizione di malessere generale (il bambino appare abbattuto o si lamenta).

Gli unici farmaci contro la febbre raccomandati in età pediatrica sono il paracetamolo e l’ibuprofene. Il dosaggio va calcolato in base al peso del bambino e non all’età. Il paracetamolo è l’unico antipiretico che può essere impiegato fin dalla nascita. Indicare ai genitori quale sia la dose massima giornaliera di antipiretico che il bimbo può assumere e spiegare l’importanza di non impiegare nel bambino formulazioni dell’adulto (ad esempio compresse da dividere).

Sebbene le formulazioni orale e rettale di paracetamolo, a dosaggi standard, abbiano efficacia antipiretica e sicurezza sovrapponibili, la somministrazione di paracetamolo per via orale è preferibile in quanto l’assorbimento è più costante ed è possibile maggiore precisione nel dosaggio in base al peso corporeo. La via rettale è da valutare solo in presenza di vomito o di altre condizioni che impediscano l’impiego di farmaci per via orale.

L’Ibuprofene non è indicato in caso di varicella o in condizioni di disidratazione.

L’impiego alternato o combinato di ibuprofene e paracetamolo non è consigliabile, per l’aumentato rischio di intossicazione.

 Paracetamolo e ibuprofene sono antipiretici generalmente sicuri ed efficaci che devono utilizzati a dosaggi standard:

– paracetamolo: 10-15/mg/kg/dose.

– ibuprofene: 10 mg/kg/die in 3 o 4 somministrazioni.

Spiegare ai genitori che il farmaco deve essere sempre somministrato sotto la supervisione di un adulto.

Informare i genitori sui possibili segni e sintomi di intossicazione da farmaco (anoressia, nausea, vomito, malessere, oliguria, dolore addominale, alterazioni dello stato di coscienza, ipotermia) e, nel caso si verifichino, condurre immediatamente il bambino presso un Pronto Soccorso.

L’impiego di mezzi fisici per la terapia della febbre è sconsigliato. L’impiego di mezzi fisici rimane invece consigliato in caso di ipertermia.

Informare sempre che i neonati con meno di 28 giorni di vita a cui sale la febbre devono essere sempre ricoverati in ospedale, per l’elevato rischio di patologia grave.

Perché piangi? Il pianto come strumento di comunicazione del bambino.

 

Perchè piangi?

di Eva Delmonte

urloNonostante tutti i libri letti e i consigli ricevuti, spesso ascoltare le prime volte il proprio bambino che piange coglie quasi di sorpresa. “Ma perché piange?” ci si chiede incredule e un po’ spaventate, “come faccio a calmarlo?”. Per iniziare, è bene interiorizzare completamente una grande verità: tutti i bambini piangono. E la prima ragione per cui piangono è perché non sono in grado di esprimersi a parole, con il linguaggio. Ci sono bambini che piangono più o meno degli altri, ma tutti piangono. Attraverso il pianto il bambino sta chiedendo qualcosa. Non potendo il bambino rispondere alla domanda “perchè piangi?”, è compito e cura di mamma e papà dare un nome e un significato a quel pianto.
Quando piange, il bambino sta chiedendo aiuto per rispondere a qualche suo bisogno.
Col tempo e l’esperienza mamma e papà comprendono che i pianti non sono tutti uguali,è possibile riconoscerli e distinguerli e, di conseguenza, identificare le richieste a cui corrispondono, anche in relazione agli altri movimenti del corpo.
Nei primi mesi di vita del bambino uno dei motivi più comuni del pianto è la fame. Ma spesso mamma si accorge che appena preso in braccio, il bambino si calma e si riaddormenta. Forse aveva solo bisogno di una coccola, di essere tenuto tra le braccia, di sentire l’odore, il calore di mamma, di ascoltare la sua voce.
Mi capita di osservare spesso il momento dell’allattamento: se mamma si distrae a parlare con una persona, spesso il bambino si mette a piangere e si calma solo se mamma ritorna in silenzio, lo guarda mangiare, parla con lui. Il bambino le sta chiedendo attenzione attraverso il pianto.

Il pianto è, nei primi mesi di vita, la modalità esclusiva che il bambino ha per esprimere tutti i suoi bisogni: fame, sonno, paura, noia, disagio, bisogno di coccole.
E’ il primo linguaggio del bambino e ad esso va dato un nome, un significato. A volte un bambino viene chiamato capriccioso perchè non si riesce a capire di cosa ha bisogno. Magari invece il suo non è un capriccio. Se la mamma risponde ad una lagna dicendo che il bambino fa così perchè è stanco, il bambino capirà di non essere punito per il suo piangere, ma anzi che a quel pianto è data una spiegazione, una causa e che lui non è cattivo, non ne ha colpa.

Alcune posizioni “naturalistiche” sostengono che il bambino non si deve far piangere; “che bisogno c’è?”, dicono, “appena fa una lagna lo prendi e gli dai da mangiare”.
Questo comportamento, però, non permette al bambino di parlare, di domandare. Quando un bambino piange non dobbiamo pensare che stia male in quel momento, quella è la sua voce! Spesso è snervante per gli adulti il pianto del bambino, non lo si vorrebbe mai sentire. Quello che invece è importante è che quel pianto non resti un urlo che cade nel vuoto, cioè è importante che la mamma risponda appena le è possibile, anche con la voce, prima ancora che col corpo. Mamma e papà danno un nome a quel pianto e ad esso rispondono, non lasciando il bambino nella disperazione, ma provando a conoscerlo ed ascoltarlo.