SVEZZAMENTO, SEPARAZIONE, CRESCITA.

svezzamento

Sin dalla nascita il cibo é un elemento della nostra vita su cui è riversato un grande significato, basti pensare all’importanza che le donne, ma anche l’intera societá, danno all’allattamento al seno, piuttosto che l’uso del latte artificiale.
Quando si interagisce con una neo mamma, per sapere se il bambino sta bene sono due le domande di rito da porre: “Mangia? Dorme?”. Quasi fossero solo questi i bisogni che rendono il bambino sano e felice.
Sin dalla gravidanza, peró, il cibo rivela la sua ambivalenza: non solo buono e necessario allo sviluppo del feto, ma anche pericoloso, cosí come espresso dalle nausee, soprattutto nel primo trimestre. Con la nausea, il corpo della madre protegge il feto dal rischio che il cibo sia nocivo, dai cosiddetti agenti teratogeni. Anche senza che ce ne rendiamo conto, abbiamo un’informazione spontanea sul fatto che il cibo non fa solo bene, puó anche far male.
Ci sono madri che continuano a dare pappe frullate ai loro figli perché non hanno fiducia che questi sappiano masticare, sono angosciate dall’idea che soffochino, che il cibo li ammazzi. L’angoscia di morte che una madre riversa sul figlio ha certamente molte cause, ma rimane una delle molte informazioni che in modi imprevedibili e diversificati lascerá un segno nella vita di quel fututo adulto.
Il cibo si lega indissolubilmente alla vita ma anche alla morte.

Lo svezzamento é una tappa dello sviluppo del bambino che va esattamente in questa duplice direzione.
Il termine svezzamento indica che il momento oppurtuno per il suo verificarsi è quando il seno (o il biberon) rimane solo un vezzo, quando cioé in questo pasto non ci sono piú i nutrienti sufficienti a garantire la corretta crescita del bambino. Gli serve altro cibo.
Anche a livello simbolico, questo significa che al bambino serve altro dalla madre; non basta piú mangiare (dal)la madre, il mondo si apre a maggiori possibilitá, nascono i dentini, aumenta la reattivitá, l’esplorazione, la curiositá. Quando il bambino non mangia si sente frequentemente dire “il bambino non mi mangia”, come se non mangiasse loro stesse, come se non mangiasse proprio la madre, cioé come se stesse rifiutando non solo il cibo, ma proprio lei.
Svezzare un bambino vuol dire permettergli di separarsi. Accettare che si separi, che si allontani, che preferisca altro alla madre.
Ci sono quindi due movimenti: con lo svezzamento, non solo il bambino si stacca dalla mamma, ma anche la mamma deve staccarsi dal suo bambino!
Spesso si ascoltano madri che si lamentano di quanto i loro figli siano appiccicosi, ma altrettanto spesso le stesse madri non si accorgono di creare dinamiche per cui sono loro le esclusive referenti del bambino: il bambino non vuole stare con nessun altro che non sia la madre, ascolta solo la parola della madre. Queste donne non si accorgono del fatto che le prime ad avere un ritorno dalla vicinanza del figlio sono proprio loro, indispensabili.
Capita giá dalla gravidanza che le donne dicano che la pancia “fa compagnia”, che non si sentono piú sole. Questa frase, bella e tenera, nasconde anche un rischio: il bambino rischia di diventare un tappo alle sofferenze materne, alla solitudine materna, all’insoddisfazione della madre. Cosí non si punta piú all’autonomia del bambino, ma alla vicinanza, perché quel bambino serve a qualcosa, serve alla madre.

A volte, quando una coppia si separa e i figli sono molto piccoli, puó capitare che la madre si aggrappi a questi figli con le unghie e con i denti per non affogare, e spesso non si accorga che ad affogare sono i figli sotto il suo peso.
Ci sono madri che imboccano i bambini fino a tre anni (per non citare le madri che allattano i figli fino a tre anni!), cosí come madri che si tengono i figli nel letto fino a 6. Bisognerebbe chiedersi: chi é che trae maggior vantaggio da questo?

Spessissimo, quando il bambino rifiuta il cibo, anche da molto piccolo, che cosa sta rifiutando?
In alcuni casi si rifiutano le angosce della madre, che quando gli dá da mangiare, insieme al latte manda giú anche la paura. Ad esempio si puó pensare ad un bambino che nasce dopo degli aborti, oppure che nasce prematuro. In questi casi rimangono nella madre molte fantasie di morte che ricadono con forza e significato sul piccolo nato.
Il altri casi il sintomo del bambino (rispetto al cibo ma anche al sonno, ad esempio) rivela un problema della coppia genitoriale. A volte i figli nascono in momenti di difficoltá della coppia, difficoltá di vario genere, un figlio si fa anche per riparare, per riunire due persone. Quanti significati ci sono dietro una nascita? Il bambino puó diventare lo specchio su cui si riflette nitidamente l’immagine delle difficoltá dei suoi genitori. Anche se sono i piú amorevoli del mondo.

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ANORESSIA: IL TROPPO.

Assistiamo negli ultimi 20 anni ad un cambiamento significativo della soc

ietá e dei sintomi che la rappresentano.anoressia.jpg
Quanto piú la civiltá prospera e ingrassa negli oggetti, tanto piú la magrezza é sinonimo di bellezza. I disturbi cosiddetti del comportamento alimentare sono diventati progressivamente piú comuni, frequenti, familiari.
Eppure si rimane ancora inermi di fronte ad un male di vivere tanto pote

nte che porta chi ne é affetto a camminare a braccetto con la morte. Le persone che soffrono di anoressia, in maggioranza donne, si presentano con un corpo magro fino allo scheletro, la pelle rimane per coprire le ossa, il corpo é via via ridotto fino a rimane senza muscoli, senza carne, senza le forme della femminilitá che le ragazze anoressiche fuggono con ostinazione e terrore.
Di cosa parla questo corpo? Cosa puó dire di cosí tremendo da doverlo zittire a tutti cos

ti? M., 17 anni, pesa 30 kg e sembra una bambina di 10 anni. “Io non voglio crescere, non voglio diventare grande”. Molte anoressie esordiscono in adolescenza, periodo di sviluppo del corpo e delle passioni. Il corpo diventa ora ingovernabile, cambia al di fuori della propria volontá, é sotto gli occhi di tutt

i, con forme femminili che alcune ostentano, altre rifuggono.
Lo sviluppo sessuale, i radicali e spesso repentini cambiame

nti fisici non si accompagnano sempre ad un’ altrettanto rapida crescita emitiva, spesso nel corpo di una giovane donna vive ancora la mente di una bambina, ancora attaccata alla gonna della madre.
Nei racconti delle anoressiche questa madre ha sempre un posto in prim

a fila. Spesso madri attive, capaci, presenti, attente a tutto, anche troppo, nelle cure e nell’accudimento della figlia. Ma di che cure si tratta? Molti genitori scambiano l’amore per i propri figli con il dire sempre di si, con il riempire senza sosta il loro spazio di oggetti sempre nuovi, la bocca di cibo. Non rimane lo spazio per imparare a tollerare la mancanza, per ascoltare i propri desideri e poterli esprimere. L’idea di riempire subito la bocca di un neonato con il seno, al minimo vagito, non permette a quel bambino di simbolizzare la sua doma

nda. Non potendo nemmeno piangere perché subito zittito, il bambino non puó chiedere. L’oggetto seno precede la sua richiesta. Permettere a un bambino di piangere non significa lasciarlo disperare, s

ignifica invece che la mamma puó tollerare quel pianto e che, gradualmente, anche il bambino puó imparare a tollerare l’attesa, la mancanza.
La cura dell’avere non é la cura del segno. Non basta soddisfare i bisogni di un bambino per garantirne la crescita psicologica. Perché la mente si sviluppi la persona ha bisogno di sentire fin dall’inizio della propria vita che c’é un desiderio che l’accompagna. Un desiderio su di sé, che si esprime ad esempio nel nome particolare e significativo che i genitori scelgono proprio per quel bambino, o nello spazio che creano per lui, fisico e mentale. Ma anche un desiderio inesauribile che non si chiude con la propria nascita. Le donne che si completano del proprio figlio, senza piú desiderare altro (il lavoro, il proprio marito) mettono il bambino in una posizione asfissiante. Tutto si richiude sul bambino stesso.
Il rifiuto del cibo é, in alcuni casi, tentativo di operare la separazione che l’altro non ha consentito, é il tentativo di salvarsi rifiutando questo altro, troppo presente, divorante.Le molte cure che ha ricevuto da bambina la ragazza che poi si ammala di anoressia sembrano essere state nell’ordine dell’oggetto, non del segno, di una madre rimpinzante, riempiente, quasi lei venisse considerata solo un sacco, solo un bocca, solo un corpo. L’anoressica cosí chiude la bocca per preservare la sua essenza, il suo essere autentico, diverso da quel corpo. Un corpo vissuto come non sol

o suo, ma é il corpo dell’altro, il corpo della presenza eccessiva dell’altro. Dimagrendo sempre di piú, quasi mutilandosi per tagliare via la femminilitá, annichilisce quell’involucro che non la rappresenta nella sua veritá piú intima, che é altove e non si nutre di cibo, ma di segno.

Il tentativo di preservarsi rivela peró di un paradosso evidente: la vita intima che si cerca di prreservare incontra la morte ad ogni rifiuto, ad ogni controllo, ad ogni conta delle calorie o degli esercizi in palestra.
Approcciare l’anoressia con una terapia che mira semplicemente al recupero del peso corporeo si rivela spesso fallimentare. Dove si recupera peso, spesso, si perde di vitalitá, di interesse.L’anoressia è una malattia che si manifesta nel corpo, ma non é una malattia del corpo. Non si prende l’anoressia come si prende il raffreddore. L’anoressia é una malattia del vissuto, della relazione che abbiamo con l’altro, della posizione che abbiamo ricoperto per il primo altro che ci ha fatto conoscere il sentimento piú vitale e contemporaneamente letale che ci sia: l’amore.

VAGINITE DA CANDIDA: LA CURA MIGLIORE

Tratto la vaginite da Candida da molti anni; per un ginecologo diciamo che è un esperienza obbligata essendo questo tipo di infiammazione vaginale la seconda infezione ginecologica dopo la vaginosi batterica; ma mentre di quest’ultima poco si parla anche se molto pericolosa anche per i potenziali esiti riproduttivi, della Vaginite da Candida si parla molto anche purtroppo da parte di chi non ha alcuna competenza.

Tutto questo genera confusione e comportamenti che nulla hanno a che vedere con la razionalità scientifica. Ho visto donne dimagrire fino ad arrivare ad astenia e magrezza solo perché gli era stato detto che non dovevano rifornire di zuccheri questo malefico fungo saprofita (cioè presente normalmente nell’organismo ed in piccole concentrazioni anche a livello vaginale).

Deve essere quindi chiaro che un’infezione e quindi una sintomatologia (bruciore, dispareunia, minzione dolorosa, perdite dense biancastre) da vaginite da Candida Albicans insorge solo per l’alterazione del delicato ecosistema nel quale è inserito questo fungo.

E quali sono queste condizioni?

  • terapie antibiotiche
  • alterazioni del sistema immunitario
  • modificazioni del Ph vaginale (gravidanza, uso della pillola)
  • scarsa igiene durante la fase mestruale (in questo momento infatti vi sono variazioni fisiologiche del Ph che possono predisporre ad infezioni)
  • diabete

La cronicizzazione del problema molto spesso parte da un superficiale approccio alla prima vaginite fungina e dal pensare che con i farmaci tutto si può risolvere. Invece non dovete dimenticare che queste condizioni predispongono alla recidiva:

ambiente vulvare troppo umido e/o troppo caldo (come tipicamente avviene quando si indossano fibre sintetiche ed indumenti troppo aderenti); la gonna sostengono da sempre equivale ad una ottima prevenzione;

indumenti intimi usati per troppo tempo e/o non sottoposti ad adeguato lavaggio;

scarsa igiene dopo i rapporti sessuali (il liquido seminale aumenta il Ph ed in soggetti predisposti predispone alla recidiva) quando invece sarebbe preferibile una lavanda interna a Ph acido.

Piccole attenzioni,nulla di straordinario, che non modificano la qualità di vita ma ci liberano da un problema che spesso sembra invincibile.

La vaginite da Candida si può vincere con la semplicità!

VENE VARICOSE IN GRAVIDANZA

vene varicose e gravidanza

L’isufficienza venosa è un problema molto frequente nella donna ed in gravidanza normalmente tend ad

vene varicose e gravidanza
La Gravidanza ed il Parto costituiscono un momento critico per l’apparato venoso particolarmente a livello degli arti inferiori. Varici e flebiti sono frequenti.

accentuarsi.

Le vene varicose sono vene che hanno un aspetto dilatato, sfiancato, a volte tortuoso per una degenerazione della parete; conseguentemente viene a perdere di efficacia anche la capacità di contenimento del loro apparato valvolare con frequente ristagno del sangue, inversione di flusso ed edema nei distretti interessati.

Le vene infatti assicurano il ritorno del sangue verso il cuore attraverso un delicato ma estremamente funzionale apparato valvolare interno.

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DOLORE PELVICO

dolore pelvico

Parliamo in questo articolo delle possibili cause di un dolore localizzato al basso addome (ventre, regione

dolore pelvico nella donna
Infiammazioni, endometriosi, esiti aderenziali ma anche patologie urinarie ed intestinali possono essere causa di dolore pelvico nella donna.

pelvica). Molte donne nella propria vita avvertono, sperimentano almeno una volta un dolore pelvico che può insorgere acutamente oppure decorrere cronicamente per molto tempo.

Questa distinzione basata sulla durata del sintomo è molto importante e può aiutarci nel l’individuazione della causa; proprio da questa quindi partiremo nella nostra analisi.

Il DOLORE PELVICO ACUTO (di breve durata) può essere anche particolarmente intenso e genera sicuramente molta apprensione e spesso richiede una consultazione medica urgente. In occasione di un dolore di questo tipo fate attenzione a queste domande:

  • Siete in fase mestruale?
  • Avete diarrea oppure è da molto tempo che non evacuate (stipsi ostinata)?
  • Urinate normalmente oppure più spesso e con dolore?
  • Avete avuto poco prima un rapporto sessuale?
  • Siete nel periodo ovulatorio?
  • Avete assunto un farmaco?
  • Il dolore persiste più di 30′ dall’esordio?
  • Il dolore è continuo oppure cresce o ha un andamento incostante?
  • Avete un ritardo mestruale o siete in stato di gravidanza?

Rispondere a queste domande vi aiuterà ad essere più consapevoli della situazione e potrà essere di grande aiuto al il vostro medico che con il necessario esame obiettivo potrà nella gran parte dei casi di arrivarere rapidamente ad una rapida diagnosi.

Ma vediamo le principali cause di dolore pelvico acuto:

  1. Colica intestinale o complicazioni di patologie intestinali preesistenti come divertisolite, patologie infiammatorie dell’intestino;
  2. Cistite;
  3. Appendicite;
  4. Rottura o torsione di cisti ovarica;
  5. Scoppio del follicolo con eventuale sanguinamento addominale;
  6. Dispareunia;
  7. Dismenorrea (chiamata anche più correttamente algomenorrea);
  8. Minaccia d’aborto o complicazioni placentari della gravidanza;
  9. Sanguinamento (colliquazione) di un fibroma uterino o sua torsione su eventuale peduncolo.

Come avete visto le cause possono essere diverse e non sempre di origine ginecologica. Talvolta è necessario ricorrere ad accertamenti ematochimici e strumentali: emocromo, esame urine, ecografia pelvica (quando possibile endovaginale) ed addominale sono gli accertamenti di prima istanza.

Il DOLORE PELVICO CRONICO può esordire con un episodio acuto oppure con modesti sintomi ad andamento intermittente o subcontinuo. Spesso è meno allarmante per il paziente e se non determina esacerbazioni acute conduce frequentemente ad una tardiva consultazione medica.

Quando avvisate un dolore cronico, cioè presente da molto tempo a livello del basso addome (pelvi) fate attenzione se:

  • Il dolore è associato o è insorto in concomitanza con disturbi intestinali o urinari?
  • Nello stesso periodo avete notato debolezza, dimagramento?
  • Il vostro addome mostra modificazioni (vi appare ad esempio più gonfio)?
  • In qualche modo c’è un’associazione o esacerbazione con le mestruazioni oppure con i rapporti sessuali?
  • Nello stesso periodo avete iniziato ad assumere dei farmaci?
  • Siete state operate precedentemente oppure avete subito dei traumi?

Il dolore pelvico cronico è certamente più insidioso ed ha cause anch’esso molto diverse; tra queste citiamo quelle più frequenti nella donna:

  1. Malattie croniche dell’intestino;
  2. Endometriosi;
  3. Malattie del sistema urinario;
  4. Malattia infiammatoria pelvica (PID);
  5. Cisti ovariche;
  6. Fibromi uterini;
  7. Tumori ginecologici;
  8. Tumori non ginecologici.

Un dolore cronico quindi, anche di modesta entità non va mai sottovalutato. In questi casi gli accertamenti sono molto numerosi e vengono stabiliti dopo la consultazione medica specialistica. Oltre ad i più comuni esami ematochimici possono essere necessarie indagini infettivologiche, endoscopiche, di radiologia e la valutazione di markers tumorali.

Quando l’orientamento è in senso ginecologico la visita ginecologica è certamente il momento più importante a fini diagnostici. Talvolta accanto ad essa trovano particolare utilità;

  • Emocromo, VES, PCR, esame urine con urinocoltura, ricerca sangue occulto nelle feci (eventuale ricerca parassiti)
  • Ecografia pelvica;
  • Tampone vaginale;
  • CA 125 ed HE4 (quest’ultimo in presenza di formazioni cistiche ovariche);
  • Risonanza Magnetica Nucleare in presenza di masse di origine incerta o in fase pre-operatoria (stadiazione);
  • Laparoscopia.

L’endometriosi è molto frequente e colpisce particolarmente donne giovani in età riproduttiva; è inoltre tra le principali cause di sterilità ed infertilità. Il mio consiglio quindi è quello di tenerla sempre nella dovuta considerazione in donne anche giovanissime.

 

Gli ASPETTI TERAPEUTICI del dolore pelvico non fanno parte degli scopi che questo articolo si prefigge e quindi qualora vi interessassero vi rimandiamo alle altre sezioni del sito dove troverete la trattazione delle singole patologie.

 

CADUTA DEI CAPELLI NELLA DONNA

alopecia androgenica donna

I capelli costituiscono da sempre senza alcun dubbio una delle componenti estetiche principali per la donna di

alopecia androgenica donna
La caduta dei capelli nella donna vede spesso l’ alopecia androginica come causa principale.

qualsiasi età e purtroppo sono molte le occasioni nella quali si ha una loro caduta eccessiva tale da portare a quell’eccessivo diradamento chiamato anche alopecia; condizione che generalmente si differenzia da quella maschile perché interessa principalmente la zona centrale del cuoio capelluto.

Come per l’uomo è innegabile l’importanza di fattori genetici ereditari, nutrizionali ed immunologici; come anche rivestono un ruolo importante anche specifiche patologie dermatologiche; ma le caratteristiche “di genere” di questa patologia trovano la loro origine senz’altro in fattori endocrinologici e particolarmente nei livelli di estrogeni ed androgeni.

Gli estrogeni hanno sicuramente un ruolo protettivo ed una loro caduta potrebbe esporre ad una diminuita resistenza e crescita dei capelli; ciò potrebbe spiegare ad esempio l’accentuata caduta dei capelli che alcune donne notano dopo il parto e durante l’allattamento o dopo la menopausa.

Non tratteremo le cause dermatologiche e farmacologiche (anche alcuni farmaci possono danneggiare la crescita dei capelli) e ci soffermeremo sull’aspetto endocrinologico, motivo per il quale molte donne con caduta dei capelli si rivolgono al ginecologo.

Oltre alla caduta degli estrogeni che spesso si ha in condizioni di forte dimagramento e di amenorrea (prolungata assenza delle mestruazioni) si riconoscono come condizioni più frequenti i disturbi tiroidei e gli iperandrogenismi.


TIROIDE E CUTE

È ben noto come un normale trofismo cutaneo dipenda da una normale funzione tiroidea. Gli ormoni tiroidei infatti regolano il metabolismo della cute e dei suoi annessi (peli, capelli ed unghie) attraverso l’intervento su consumo di Ossigeno e sintesi proteica.

L’ipotiroidismo è la condizione tiroidea più frequentemente associata a diradamento, fragilità e caduta dei capelli alle quali si associano spesso alterazioni ungueali. La Tiroidite di Haschimoto è la causa più frequente di ipotiroidismo nella donna.


ANDROGENI E CADUTA DEI CAPELLI

Mentre gli estrogeni come abbiamo già detto hanno un effetto protettivo dando un segnale proliferativo ai capelli gli androgeni, il Testosterone ed in particolare il suo metabolica intracellulare diidrotestosterone hanno un effetto anti S proliferativo.

Infatti, seppure indispensabili per lo sviluppo della pilificazione di tipo sessuale gli androgeni quando in eccesso o leggermente aumentati (in soggetti geneticamente più sensibili) determinano il danno del cuoio capelluto. L’alopecia femminile può insorgere talvolta anche rapidamente e colpisce tipicamente la parte apicale mediana progredendo secondo stadi ben codificati e rappresentati dalla “Scala di Ludwing” (Fig. 1).

Classificazione Alopecia Femminile
Classificazione Dell’Alopecia Femminile secondo LUDWING.

La progressiva involuzione del bulbo pilifero che talvolta determina la calvizie dipende dal diidrotestosterone (5DHT), metabolica attivo intracellulare del testosterone (T) che raggiungiunto il nucleo determina la sintesi di un messaggio antiproliferativo. La conversione del Testosterone in Diidrotestosterone avviene attraverso l’azione di un enzima chiave chiamato 5 alfa reduttasi.

MALATTIE ENDOCRINE FEMMINILI

Le condizioni ormonali più frequentemente associate a caduta dei capelli nella donna sono:

  • Tiroidite di Haschimoto
  • Policistosi Ovarica e Micropolicistosi Ovarica
  • Iperfunzione surrenalica

LA TERAPIA ENDOCRINOLOGICA

Premesso che la terapia endocrinologica dell’alopecia femminile (caduta dei capelli) non può prescindere dalla correzione di eventuali errori nutrizionali o dalla cura di eventuali patologie autoimmuni o dermatologiche associate ad aumentata perdita dei capelli, è importante sapere che essa mira a due obiettivi principali: correggere un eventuale deficit estrogenico, ridurre l’azione degli androgeni.

Tralasciando le modalità per integrare la quota estrogenica, abbiamo visto come particolarmente in soggetti predisposti geneticamente anche livelli normali degli androgeni possano determinare un danno del capello. La donna produce in modo del tutto fisiologico una certa quantità di androgeni che derivano principalmente dall’ovaio e dal surrene; essi non solo sono alla base della sintesi degli stessi estrogeni ma la quota che sfugge a questa conversione è indispensabile per molte funzioni fisiologiche dell’organismo e tra queste la sessualità. In alcune condizioni questa quota androgenica aumenta ed oltre a determinare ipertricosi ed irsutismo può causare caduta dei capelli, la così detta alopecia androgenica

La terapia endocrinologia può ridurre i livelli degli androgeni attraverso molteplici punti di attacco:

  • Riducendo la sintesi degli androgeni a livello ovarico e/o surrenalico;
  • Incrementando la proteina di trasporto nel sangue degli ormoni sessuali (la Sex Hormone Binding Globulin o SHBG prodotta nel fegato) e facendo in modo quindi che gli androgeni rimangano legati ad essa e siano meno disponibili per l’azione periferica;
  • Inibendo l’azione della 5 alfa-reduttasi, enzima che trasforma il Testosterone nel suo metabolica attivo Diidrotestosterone;
  • Bloccando i recettori citoplasmatici per il Diidritestosterone ed evitando quindi la sua azione a livello nucleare.

La pillola contraccettiva, quando non controindicata, si è dimostrata spesso molto utile; in effetti essa incrementa la SHBG e determina un riduzione della sintesi ovarica degli androgeni; alcune formulazioni (es. Diane) inoltre presentano un progestinico (Ciproterone) che aggiunge un’azione antagonistica a livello recettoriale per il Diidrotestosterone.

Accanto a questa negli ultimi anni sono emersi integratori come l’Inositolo, il Mioinositolo ad il Chiroinosito che migliorando il metabolismo dell’insulina riescono a ridurre la componente androgenica di origine ovarica.

La Finasteride (Propecia) riduce l’attività della 5 alfa-reduttasi ma mentre è controindicata nelle donne per il rischio malformativo in caso di gravidanza; anche lo Spironolattone (diuretico) è dimostrato attivo ma non è scevro da effetti collaterali e non è registrato per questa indicazione.

Molto interessante si è dimostrato l’utilizzo della Serenoa Repens, un prodotto di origine naturale per molti anni ed ancora oggi utilizzato nell’ipertrofia prostatica; la sua azione si esplicherebbe sia riducendo l’attività della 5-alfa-reduttasi sia competendo per il recettore citoplasmatico del Diidrotestosterone.

La terapia endocrinologia dell’alopecia femminile ed in particolare di quella con componente androgenica è efficace e può dare ottimi risultati. Per ottenere i migliori risultati va iniziata più precocemente possibile. Richiede sempre una adeguata consultazione medica ed un costante monitoraggio.

 

IL NODULO TIROIDEO

nodulo tiroideo

Un ingrandimento localizzato, rotondeggiante della Tiroide porta a quello che comunemente chiamiamo “nodulo tiroideo”. Può essere di natura benigna (nella gran parte dei casi) o maligna, singolo o multiplo. È certamente una delle malattie tiroidee più frequenti. Si stima che circa il 4-7% della popolazione generale sia portatore di questa patologia con prevalenza maggiore nelle donne.

Nodulo Tiroideo
La patologia nodulare tiroidea è molto frequente e spesso di riscontro del tutto occasionale

Fortunatamente i noduli tiroidei sono in gran parte dei casi benigni e solo il 5-20% delle formazioni nodulari ha un’origine tumorale maligna ma proprio per individuare queste forme pericolose è importante individuare precocemente i noduli anche solo potenzialmente maligni.

Purtroppo il nodulo tiroideo è spesso asintomatico e la diagnosi non è infrequente che avvenga in modo del tutto occasionale (incidentale).

Molto brevemente vorrei aiutarvi con questo articolo a rispondere a quelle che sono le domande più frequenti:

 

  • Che significato ha un nodulo tiroideo, come si forma e quali sono i sintomi?
  • Quali sono le tecniche diagnostiche più indicate?
  • Quali sono i rischi, particolarmente a livello oncologico (tumorale)?
  • Quali sono le terapie (le cure) per i noduli tiroidei?

Per fornirvi un’informazione aggiornata ed attendibile farò riferimento a quelle che sono le attuali linee guida internazionali che sostanzialmente si rifanno a quelle elaborate nel 2010 dall’American Association of Clinical Endocrinologist (AACE), dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) e dall’European Thyroid Association (ETA).


COME SI FORMANO I NODULI TIROIDEI E QUALI SONO I SINTOMI

Il nodulo tiroideo consiste in un aumento volumetrico circoscritto della ghiandola tiroidea. Può essere singolo o multiplo; a struttura solida, cistica o mista e talvolta calcifica; funzionante, spesso con produzione autonoma di ormoni tiroidei, oppure silente quando non produce ormoni o comunque ne produce in quantità normale. Viene poi ulteriormente distinti in benigno e tumorale (neoplastico).

Come abbiamo detto l’incidenza della patologia nodulare tiroidea è molto alta; noduli tiroidei vengono infatti riscontrati nel 20-70% degli esami ecografici condotti sulla Tiroide.

Fattori considerati favorenti l’insorgenza di noduli tiroidei sono la carenza di iodio, l’esposizione a radiazioni, l’invecchiamento; inoltre è ben nota la tendenza ad una aggregazione familiare (fattori genetici) e la maggiore prevalenza nel sesso femminile rispetto a quello maschile.

La sintomatologia dei noduli tiroidei è quindi correlata alle loro dimensioni, alla patologia tiroidea nel contesto della quale si formano (Tiroidite Cronica di Haschimoto, Gozzo Multinodulate) ed all’eventualmente alla capacità autonoma (Adenoma Tossico, Ipertiroidismo).

I noduli di maggiori dimensioni (sempre superiori ad 1 cm) possono determinare delle tumefazioni percepibili palpatoriamente dal paziente stesso o visivamente da un astante; ma solo quelli che raggiungono dimensioni ragguardevoli o che si inseriscono in un gozzo multinodulare causano sintomo compressivi e sensazione di ingombro o soffocamento.

Altre volte i sintomi più che al nodulo sono attribuibili alla patologia di base tiroidea come spesso avviene nei casi di ipotiroidismo; più raramente invece, nei casi di adenomi autonomi nel proprio funzionamento si hanno i tipici sintomi di un ipertiroidismo (spesso anche importante).


LA DIAGNOSI

La clinica, la visita endocrinologica, è sempre il momento più importante. Si parte sempre dall’anamnesi che consente di contestualizzare i sintomi riferiti dal paziente rispetto a fattori di rischio, trattamenti farmacologici, momenti di fisiologia (come ad esempio uno stato gravidico o menopausale); l’ispezione e la palpazione della regione anteriore del collo e delle catene lindonodali poi oltre a fornire informazioni sul volume e consistenza della Tiroide, su una sua eventuale dolorabilita e sui rapporti con i tessuti vicini, consente anche di individuare anche eventuali linfonodi ingranditi.

La diagnostica ormonale e strumentale seguono poi percorsi di diagnostica differenziale quasi sempre necessari.

Per quanto riguarda la funzionalità della ghiandola tiroidea la valutazione normalmente ricorre al dosaggio del TSH ( Tireotropin Releasing Hormone, un piccolo ormone prodotto dall’Ipofisi che controlla la Tiroide ed i cui livelli si correlano alla sua funzionalità) e solo in casi selezionati al dosaggio di FT3 FT4 ( le frazioni libere degli ormoni tiroidei circolanti); considerando che gran parte della patologia tiroidea è su base autoimmune completano talvolta le indagini ormonali quelle immunologiche riguardanti la ricerca di anticorpi contro la Tireoglobulina e la Perossidasi Tiroida oppure il recettore del TSH (quando ad esempio si sospetta un Morbo di Basedow).

Il dosaggio ematico della Tireoglobulina, della Calcitonina e dell’Antigene Carcino-Embrionale anche se ritenuti spesso aspecifici vengono talvolta adoperati.

 

Ecografia color-doppler nodulo tiroideo
Nodulo tiroideo con vascolarizzazione centrale e periferica

Tra gli esami strumentali l’ecografia tiroidea svolge un ruolo di primo piano nella diagnostica dei noduli tiroidei. L’uso di sonde ecografiche ad alta frequenza, dotate di color-doppler e talvolta di elastografia consente ormai non solo di individuare agevolmente anche piccolissime formazioni nodulari ma anche di studiarne la composizione (solido, liquida, mista o complessa con strutture papillari o calcifiche) la vascolarizzazione e le caratteristiche di resistenza tissutale.

Ma quali sono i criteri che rendono sospetto un nodulo tiroideo all’ecografia? Sono diversi e tutti indipendenti l’uno dall’altro:

  • riguardo le dimensioni il limite di un centimetro come soglia di allarme è certamente arbitrario ma ha dimostrato una buona attendibilità nella pratica clinica; importanti sono anche eventuali variazioni volumetriche;
  • la morfologia, particolarmente quando complessa o disomogenea oppure con confini del nodulo poco delineati rispetto al tessuto circostante o calcificazioni;
  • la vascolarizzazione quando centrale (all’interno del nodulo);
  • la presenza associata di linfonodi sospetti.

La scintigrafia con Tecnezio 99m e Iodio-123 fa parte ormai in gran parte della storia della diagnostica strumentale della Tiroide: la distinzione in noduli freddi (non captanti i radioisotopici), caldi (ipercaptanti) o isocaptanti non è in grado di distinguere il nodulo maligno da quello benigno. Il nodulo freddo è più correlato ad una potenziale malignità ma come è emerso sa molteplici analisi retrospettive l’84% dei noduli solitari sono freddi e di questi solo il 16% si dimostrerà effettivamente maligno; inoltre anche i noduli caldi anche se più raramente (in circa il 4% dei casi) hanno dimostrato malignità.

 

La Tomografia Assiale Computerizzata e la Risonanza Magnetica Nucleare non hanno un ruolo limitato nella valutazione iniziale del nodulo tiroideo trovando invece un impiego molto utile nel sospetto di invasione tracheale e del mediastino.

 

La diagnostica citologica attraverso agoaspirato costituisce un momento diagnostico di grande importanza. All’agoaspirato del nodulo tiroideo si arriva sulla base di indicazioni cliniche e strumentali (come abbiamo visto principalmente ecografiche). Il prelievo condotto quasi sempre sotto guida ecografica ed in anestesia locale consente di prelevare un campione di cellule da quelli che vengono considerati i noduli più sospetti e ottenere una risposta citologica che può essere di benignità, malignità, sospetto o indeterminatezza; talvolta però l’esito può anche essere inconclusivo per scarsità del materiale prelevato.

Sicuramente il prelievo citologico è di grande aiuto per un corretto management del nodulo tiroideo ed ha ridotto molto la necessità di intervenire chirurgicamente. Certamente ha anche dei limiti che sono legati al tipo di tumore da cercare: mentre l’accuratezza è elevata per il carcinomi papillare, indifferenziato (anaplastico), midollare e per i linfomi primitivi la stessa attendibilità non si ha per i tumori follicolari ed a cellule di Hürtle che vengono spesso interpretati come reperti indeterminati o sospetti.

Tecniche immunocitochimiche e di genetica molecolare possono incrementare l’accuratezza diagnostica.

La biopsia della Tiroide consente di asportare un frammento di tessuto ed ha un potere diagnostico maggiore ma è gravata da rischio di ematoma e lesione della trachea e dei nervi laringei o di altre strutture del collo.


TERAPIA E GESTIONE (MANAGEMENT) DEL NODULO TIROIDEO

Dopo una accurata valutazione clinico-anamnestica, ormonale e strumentale ecografica, l’agoaspirato tiroideo è il principale passaggio nella valutazione del nodulo tiroideo.

Sulla base della sua risposta avviene la successiva condotta clinica:

  • se la risposta citologica è rassicurante può essere adottato un criterio di attesa e sorveglianza longitudinale; alcuni in questi casi considerano anche la somministrazione di Lecotiroxina;
  • Se la risposta descrive malignità, un reperto sospetto o indeterminato l’orientamento è quello dell’escissione chirurgica.

STRATEGIE DI PREVENZIONE

Il mio consiglio è particolarmente se si hanno fattori di rischio e familiarità quello di fare costantemente controlli periodici. I noduli tiroidei sono purtroppo molto frequenti e spesso anche insidiosi rimanendo anche per lungo tempo asintomatici.