FIBROMA UTERINO: NUOVE PROSPETTIVE DI CURA.

Parliamo della più frequente ed importante patologia benigna dell’utero: il FIBROMA UTERINO. Sinonimi: fibroma, mioma, fibromioma, leiomioma, leiomiofibroma. Patologia classificata ICD-9-CM: 2180, 2181, 2182, 2190.

L’utero è un organo femminile impari, cavo e mediano specificatamente dedicato alla funzione riproduttiva; situato al centro della pelvi è connesso superiormente alle tube ed in basso alla vagina; la sua lunghezza nella donna che non ha avuto figli è di circa 6-7 cm con un peso medio di circa 40-50 grammi; questi parametri tendono a variare negli anni risentendo principalmente della stimolazione ormonale estro-progestinica, del numero delle gravidanze, dell’età e di eventuali situazioni patologiche tra le quali indubbiamente la più frequente è la fibromatosi uterina (la formazione di fibromi).

Il FIBROMA è un tumore benigno che origina dallo strato fibro-muscolare dell’utero (miometrio), struttura che si interpone tra la mucosa interna (endometrio) ed il sottile strato sieroso esterno (peritoneo viscerale) e che per la particolare richezza in fibre connettivali e muscolari lisce (involontarie) consente la particolare dinamicità richiesta all’organo per l’adattamento dimensionale all’evoluzione della gravidanza e per la genesi delle contrazioni del parto. Quando questo strato fibro-muscolare degenera verso una prevalenza delle fibre connettivali rispetto a quelle muscolari l’utero diventa duro (rigido), aumenta di volume e se questa degenerazione è localizzata si formano quei tumori benigni (molto rari i casi di malignità) che chiamiamo fibromi.

L’incidenza dei fibromi uterini (fibromatosi uterina) è veramente molto alta e non è raro riscontrare piccoli fibromi (spesso asintomatici) già dopo i 30 anni di età. Rari prima dei 20 anni diventano particolarmente frequenti dopo i 40 raggiungendo un incidenza di circa il 25-30 % (secondo alcuni anche del 40% dopo i 40aa).

Localizzazione dei fibromi
Localizzazione dei fibromi

 

La localizzazione può avvenire all’interno della parete uterina (intramurale) oppure al di sotto della mucosa endometriale (sottomucosi) o della sierosa peritoneale (sottosierosi). Per la verità si parla anche di fibromi (miomi o leiomiomi) sessili quando è identificabile una larga base di impianto e peduncolati quando la base di impianto è lunga e piuttosto sottile, I fibromi peduncolati tendono ad allontanarsi dalla parete uterina estrinsecandosi all’interno verso la cavità endometriale o all’esterno nel legamento largo o nella pelvi. Nella figura 1 potete vedere una rappresentazione delle possibili localizzazioi.

Sintomi della Fibromatosi
Sintomi della Fibromatosi

 

Le dimensioni ed il numero dei fibromi possono essere estremamente variabili; si può assitere alla presenza anche di numerosi fibromi con differenti localizzazioni. Riguardo le dimensioni si va da formazioni inferiori al cm fino a grosse masse che tendono ad occupare l’intera pelvi.

Ringuardo la sintomatologia questa dipende da localizzazione, numero e dimensione dei fibromi. Un fibroma anche di medie dimensioni può essere completamente asintomatico e viene riscontrato incidentalmente nel corso di una ecografia pelvica o una visita ginecologica di controllo; altre volte anche piccoli fibromi in virtù di una localizzazione particolare possono dare sintomi molto precocemente. In genere i disturbi correlati ai fibromi sono: irregolarità mestruali, algie pelviche, sensazione gravativa pelvica, difficoltà nel concepimento, minaccia di aborto o di parto prematuro, talvolta ostacolo al parto quando localizzati molto in basso verso la cervice.

Le cause (etiologia) della fibromatosi uterina, casuse di determinare la trasformazione di una cellula muscolare liscia in tessuto fibroso fino a determinare una netta prevalenza di questo tipo di tessuto nelle zone malate non sono purtroppo ancora del tutto note, Sicuramente una componente genetica è presente e questo giustifica la grande prevalenza della malattia in soggetti di carnagione nera; come è anche certa la sensibilità della malattia all’effetto stimolante degli estrogeni probabilmente con la mediazione di IGF1 (Insulin Grouth Factor); ma anche composti ambientali potrebbero avere importanza. Il progesterone contrariamente all’estrogeno, in alcune formulazioni chimiche sembrerebbe avere un effetto inibente sullo sviluppo dei fibromi probabilmente inibendo la IGF1.

Gli strumenti diagnostici comunemente usati si avvalgono comunemente dell’ecografia pelica transvaginale e/o transaddomianle 8vescica piena) e talvolta della Risonanza Magnetica (RMN).

Vorrei ora parlare delle strategie terapeutiche e fare chiarezza sulle differenti opzioni oggi disponibili.

Miomectomia multipla
Miomectomia multipla

Il più antico metodo curativo ed ancora oggi ancora senza dubbio quello più efficace è il trattamento chirurgico che consiste generalmente nell’asportazione (miomectomia) del singolo o dei molteplici fibromi; l’intervento viene condotto sia per via addominale tradizionale (generalmente con una piccola paparotomia) oppure in chirurgia miniinvasiva laparoscopica. Personalmente ho sviluppato una grande esperienza nella miomectomia singola o multipla laparotomica (in Figura 2 vedete un intervento record con asportazione di ben11 fibromi e completa restitutio ad integrum dell’utero). Come ormai tanti altri colleghi preferisco non effettuare un pretrattamento con Analoghi del GnRH e tanto meno con embolizzazione perchè possono alterare l’individuazione della capsula dei fibromi rendendo difficoltosa l’asportazione chirurgica, talvolta nascondendo quelli più piccoli che possono sfuggire quindi alla rimozione. Sempre più rara la necessità di ricorrere all’isterectomia totale o subtotale che quando possibile comunque preferisco perchè consente di mantenere il collo dell’utero con le sue connessioni alle strutture di sospegno pelvico e con la secrezione mucosa delle ghiandole cervicali utile alla lubrificazione ed idratazione vaginale. L’isterectomia rimane comunque un intervento risolutore quando le condizioni cliniche sono particolarmente gravi e non sono percorribili altre strade. Voglio aggiungere che quando si decide per l’isterectomia totale andrebbe sempre considerata la possibilià della via vaginale (molto meno traumatica ed esteticamente vantagiosa) e solo in questo caso considererei l’uso di una preventiva menopausa artificiale che riduce temporaneamente le dimensioni uterine.

Riguardo le terapie farmacologiche queste in gran parte servono a contrastare i sintomi e talvolta hanno un effetto temporaneo (mediato a livello endocrino e vascolare) sul volume dei miomi: tra i farmaci più utilizzati la pillola, antiinfiammatori non steroidei (FANS), Analoghi del GnRH (usati solo per brevi periodi creano una menopausa artificiale) talvolta in associazione con la pillola contraccettiva o con il Tibolone (add back therapy); dispositivi intaruterini medicati al progesterone. per completezza vanno anche ricordati il Gestrinone (molecola con capacità anti estrogenica ed antiprogestinica), il Danazolo ed i modulatori selettivi degli estrogeni (SERMS).

L’embolizzazione (EAU) e la Termoablazione con ultrasuoni focalizzati (HIFU) sono tecniche innovative ma in realtà entrambe con una esperienza clinica abbastanza consolidata. Va detto che rispondono a situazioni cliniche particolari, non sono anch’esse scevre da rischi ed effetti collaterali.

L’EAU è una tecnica usata con successo a partire dai primi anni Ottanta per il trattamento delle emorragie ostetriche e ginecologiche. La sua applicazione nel campo dei fibromi avviene per la prima volta in Francia nel 1995. Rappresenta attualmente una riconosciuta alternativa all’isterectomia e alla miomectomia. Attraverso un accesso femorale vengono raggiunti e chiusi i vasi che irrorano i fibromi (miomi o leiomiomi ripeto sono termini analoghi). L’intervento di embolizzazione è condotto solitamente da radiologi interventisti in collaborazione con i ginecologi sotto controllo fluoroscopico. L’iniezione di particelle embolizzanti (occludenti) nei vasi determina un’ischemia acuta del fibroma e la sua involuzione. Molto rapido ed importante è l’effetto sui sanguinamenti; più lento quello sulle dimensioni dei fibromi. Dubbi esistono sul rischio di eccessiva ischemizzazione del miometro e del rischio talvolta di coinvolgimento di vasi che irrorano l’ovaio..

La HIFU è una terapia non invasiva che utilizza l’energia degli ultrasuoni ad alta intensità che, concentrati sulla parte più interna del fibroma, ne aumentano la temperatura fino al punto di determinarne una “ablazione termica”. la procedura viene condotta con l’ausilio di una RMN che consente di avere una visione tridimensionale del “bersaglio”. Gli effetti sulla struttura e sull’integrità del miometrio sono purtroppo ancora indefiniti e per questo motivo attualmente questo trattamento è sconsigliato alle donne desiderose di future gravidanze.

Quale terapia scegliere? Come abbiamo visto le opzioni terapeutiche per la fibromatosi uterina sono veramente tante ed è chiaro che la strategia va personalizzata sulla situazione clinica del singolo paziente. L’importante è considerare tutte le opzioni disponibili eventualmente se necessario integrandole.

Per quanto riguarda le terapie mediche qualche speranza è legata in partcicolare allo sviluppo di nuove molecole progestiniche.

Quando intervenire? La decisione è legata essenzialmente alla presenza di sintomi ed all’eventuale desiderio di gravidanza. La rapida crescita costituisce un’altro buon motivo per interrompere la semplice osservazione. La scelta del metodo determinata da età, condizioni cliniche generali, rischio chirurgico, desiderio riproduttivo, singole controindicazioni ai trattamenti possibili.

Nel nostro studio grazie ad una collaborazione multidisciplinare coinvolgente anche Centri di valenza internazionale siamo in grado di offrire tutte le possibilità terapeutiche disponibili, dando sempre la soluzione più giusta.

Tenervi informati sull’argomento visitando i seguenti link:

 

ABORTO SPONTANEO, RIPETUTO E MINACCIA DI ABORTO.

L’ aborto spontaneo è una complicazione della gravidanza purtroppo molto frequente, probabilmente

aborto interno spontaneo
Aborto spontaneo ritenuto (o interno) del primo trimestre. L’embrione è privo di attività cardiaca e si notano insilai distacchi placentari.

molto più frequente di quanto si possa immaginare; molto spesso infatti avviene talmente precocemente che viene scambiato per un banale ritardo mestruale.

L’esperienza di un aborto spontaneo è comune a molte donne e comunemente per un singolo episodio non vengono richiesti accertamenti particolari oltre le comuni visite ginecologiche di controllo.

Diverso è quando gli episodi abortivi sono due o più: in questi casi infatti si parla di abortività ripetuta o poliabortività e sicuramente è necessario procedere con accertamenti mirati a chiarire una eventuale condizione predisponente.

Le cause che possono determinare un aborto spontaneo, ripetuto o condizioni di poliabortività purtroppo sono molte e quindi è bene procede in questi casi adottando dei protocolli diagnostici aggiornati e non lasciare assolutamente nulla al caso.

Cause di aborto.

 

Si parte generalmente da una verifica delle condizioni anatomiche genitali ed in particolare uterine: leiomiomi (fibromi) dell’utero particolarmente quando voluminosi o deformanti la cavità uterina posso esser una causa; ma anche malformazioni congenite (utero setto, bicorne, ipoplasico) od acquisite (esiti di precedenti interventi, sinechie…) sono all’origine di frequenti insuccessi riproduttivi.

Seguono poi certamente le cause ormonali (tra queste in particolare quelle che riguardano Ipofisi, Ovaio, Tiroide) e quelle infettivologiche. Tra le cause ormonali più frequenti vanno ricercati deficit ovarici, iper o ipofunzioni della Ghiandola Tiroidea e la presenza di AC (Tiroidite di Hascimoto), ipersecrezioni della Prolattina (iperprolattinemia). Vorrei soffermarmi un istante su questo gruppo di cause di aborto e minaccia d’aborto perchè troppo spesso vedo esami non fatti o fatti male a questo riguardo.

Nell’aborto ripetuto e nella poliabortività uno studio endocrinologico non deve mai e dico mai trascurare la presenza di una eventuale insufficienza ovarica precoce, molto spesso subclinica e quindi assolutamente priva di sintomi; come leggerete in un’altro post su questo argomento le insufficienze ovariche sono tra le più frequenti cause di insuccesso riproduttivo e di aborto.

Tra le cause metaboliche di aborto molto importante è il diabete probabilmente quando cronico o scompensato per il conseguente danno vascolare.

Tra le cause infettivologiche flogosi pelviche, vulvo-vaginali ma in particolare la presenza di alcuni germi intra cellulari come la Chlamidya vanno sempre identificate e combattute.

Ma a volte è necessario inoltrarsi in ricerche di tipo genetico ed immuno-ematologico. Una mappa cromosomica della coppia viene spesso raccomandata e se siamo in presenza di malattie genetiche familiari sicuramente è utile ricorre alla consulenza di un genetista. Ma mi preme in particolare a proposito dei disordini immuno-ematologici come sia stato molto rilievo a sindromi ipercoagulative (stati genetici di rischio trombofilico) nelle quali una eccessiva capacità coagulante determina una precoce trombosi dei vasi peritroflobastici e quindi l’aborto. Anche alcune malattie autoimmuni sono state associate ad aborto spontaneo e quindi nelle indagini oltre alla ricerca di una predisposizione genetica trombofilica è molto importante cercare la presenza di patologie autoimmuni (cioè basate su una auto aggressione anticorpale).

Nella mia esperienza non trovo molto utile la distinzione tra quelli che sono gli aborti precoci da quelli più tardivi (successivi al primo trimestre) che nei quali si identifica più spesso un’insufficienza cervicale che però è speso secondaria ad altre cause.

Spiego sempre alle mie pazienti che la gravidanza è un trapianto molto particolare: il sistema immunitario deve ricorrere ad una particolare tolleranza; una cosa del genere nell’organismo maschile che distingue semplicemente il self dal non-self sarebbe impossibile. Ma è proprio una questa particolare complica terza del sistema immunitario femminile che risiede talvolta anche la sua vulnerabilità.

Dopo un aborto spontaneo, ripetuto e particolarmente nella poliabortività sarebbe sempre bene programmare una gravidanza dopo aver completato l’Inter diagnostico e programmato una cura (terapia) preventiva.

Terapie anti abortive

Per quanto riguarda la terapia bisogna dire che accanto a trattamenti sperimentali per i quali è necessaria una validazione e considerato anche che la miglio cura preventiva è quella che rimuove o attenua la causa predisponente, i farmaci più utilizzati sono indubbiamente progestinici, aspirina ed eparine a basso peso molecolare. Accanto a queste viene sempre prescritto l’acido folico talvolta nella forma già metabolicamente attiva (quando sono noti difetti enzimatici).

Molto interessante il recente uso di INTRALIPID (un emulsione di grassi per uso umano endovenoso) nelle forme di abortività e sterilità immunologica. L’olio di soia in particolare si è dimostrato utile nel ridurre l’attività delle cellule “Natural Killer” a livello dell’endometrio favorendo quindi l’attecchimento della gravidanza.

Parliamo ora brevemente della minaccia d’aborto una condizione clinica caratterizzata da sanguinamento accompagnato o meno da dolori pelvici che talvolta evolve nell’aborto. La terapia della minaccia d’aborto in realtà è la stessa della quale abbiamo parlato per la prevenzione se si fa eccezione per i dosaggi dei progestinici e talvolta l’uso di antispastici ed acido tranexanico; Il riposo, l’estensione dai rapporti sessuali possono giovare in queste condizioni.

L’argomento è counque controverso e la terapia della minaccia d’aborto vede anche molti medici molto scettici sulla reale efficacia delle terapia intraprese. 

la febbre nel bambino

LA FEBBRE NEL BAMBINO

La febbre è definita come un incremento della temperatura corporea centrale al di sopra dei limiti di normalità. Tali limiti possono rappresentare variabilità individuali e si modificano secondo un ritmo circadiano. Per una corretta definizione è stato pertanto stabilito di utilizzare quella fornita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità che individua una temperatura centrale normale quella compresa fra 36,5°C e 37,5°C (WHO,1996).

La febbre rappresenta da sempre uno dei più frequenti motivi di richiesta, da parte dei genitori, di visita pediatrica. Si riportano di seguito alcune importanti raccomandazioni sulla gestione del segno/sintomo febbre in Pediatria come indicato dalle linee guida della Società Italiana di Pediatria.

Per misurare la febbre è raccomandata la rilevazione dall’ascella con un termometro elettronico. La misurazione orale è da evitare. Nonostante che ancora oggi la temperatura rettale sia da molti considerata il gold standard per la misurazione della temperatura corporea, la via di misurazione rettale della temperatura corporea non dovrebbe essere impiegata di routine nei bambini con meno di 5 anni a causa della sua invasività e del disagio che comporta.

Per quanto riguarda l’impiego dell’antipiretico, è doveroso ed allo stesso tempo importante che il medico comunichi sempre ai genitori le differenze nella gestione del paracetamolo in gocce e sciroppo,che non è vero che “più è meglio”: cioè che dosi maggiori di antipiretico non si associano a maggior efficacia.

I farmaci contro la febbre vanno somministrati solo quando all’aumento di temperatura si associa una condizione di malessere generale (il bambino appare abbattuto o si lamenta).

Gli unici farmaci contro la febbre raccomandati in età pediatrica sono il paracetamolo e l’ibuprofene. Il dosaggio va calcolato in base al peso del bambino e non all’età. Il paracetamolo è l’unico antipiretico che può essere impiegato fin dalla nascita. Indicare ai genitori quale sia la dose massima giornaliera di antipiretico che il bimbo può assumere e spiegare l’importanza di non impiegare nel bambino formulazioni dell’adulto (ad esempio compresse da dividere).

Sebbene le formulazioni orale e rettale di paracetamolo, a dosaggi standard, abbiano efficacia antipiretica e sicurezza sovrapponibili, la somministrazione di paracetamolo per via orale è preferibile in quanto l’assorbimento è più costante ed è possibile maggiore precisione nel dosaggio in base al peso corporeo. La via rettale è da valutare solo in presenza di vomito o di altre condizioni che impediscano l’impiego di farmaci per via orale.

L’Ibuprofene non è indicato in caso di varicella o in condizioni di disidratazione.

L’impiego alternato o combinato di ibuprofene e paracetamolo non è consigliabile, per l’aumentato rischio di intossicazione.

 Paracetamolo e ibuprofene sono antipiretici generalmente sicuri ed efficaci che devono utilizzati a dosaggi standard:

– paracetamolo: 10-15/mg/kg/dose.

– ibuprofene: 10 mg/kg/die in 3 o 4 somministrazioni.

Spiegare ai genitori che il farmaco deve essere sempre somministrato sotto la supervisione di un adulto.

Informare i genitori sui possibili segni e sintomi di intossicazione da farmaco (anoressia, nausea, vomito, malessere, oliguria, dolore addominale, alterazioni dello stato di coscienza, ipotermia) e, nel caso si verifichino, condurre immediatamente il bambino presso un Pronto Soccorso.

L’impiego di mezzi fisici per la terapia della febbre è sconsigliato. L’impiego di mezzi fisici rimane invece consigliato in caso di ipertermia.

Informare sempre che i neonati con meno di 28 giorni di vita a cui sale la febbre devono essere sempre ricoverati in ospedale, per l’elevato rischio di patologia grave.

La DENSITOMETRIA OSSEA ad Ultrasuoni

Come combattere l'osteoporosi? Parleremo in questo articolo della moderna DENSITOMETRIA OSSEA AD ULTRASUONI e del suo ruolo nella diagnosi e terapia dell'OSTEOPOROSI.
Un perdita di calcio nelle ossa tanto grave da metterle a rischio di fratture anche per piccoli carichi o traumi di modesta entità viene chiamata osteoporosi. Le cause che possono portare a questa condizione sono molte e vanno da trattamenti farmacologi a condizioni cliniche diverse.
Le forme cliniche più diffuse sono quella post-menopausale e senile ma non rare son anche quelle conseguenti a patologie endocrino-metaboliche.
Nella donna le insufficienze ovariche ed i disturbi tiroidei hanno un ruolo molto importante.
La strategia migliore per combattere questa malattia molto diffusa e silenziosa (asintomatica) per gran parte del suo decorso clinico è la prevenzione; le prime manifestazioni cliniche avvengono infatti tardivamente con i sintomi dolorosi legati a fratture o microfratture.
La prevenzione parte qui di dalla consapevolezza delle condizioni che sono alla base di questa insidiosa patologia: condizioni erodo-familiari, immobilità, disordini endocrini ed alimentari richiedono sempre un attento riguardo rispetto la futura insorgenza di questa malattia.
La possibilità di condurre indagini densitometriche ossee che precocemente, a basto costo e senza rischio biologico consentono di individuare precocemente condizioni di de mineralizzazione ossea hanno terminato un rapido cambiamento epidemiologico consentendo interventi comportamentali e farmacologici adeguati.
A questo riguardo la Densitometria Ossea ad Ultrasuoni gioca un ruolo fondamentale: derivata da sofisticate tecnologie aerospaziali (gli astronauti per la mancanza di gravità hanno da sempre un grave rischio di perdita minerale ossea) consente una rapida ed accurata valutazione dello stato di mineralizzazione ossea e quindi la possibilità di porre diagnosi tempestive e di monitorare eventuali terapie longitudinalmente.
Nel nostro studio la Densitometria (Mineralometria) Ossea ad Ultrasuoni (MOC-US) a livello delle falangi si è dimostrata rispetto ad analoghe metodiche un tecnica di indagine molto accurata e con un costo molto contenuto per i pazienti.
Particolarmente nelle donne trov una indicazione frequente nel corso della menopausa,di disordini ormonali come le amenorre ed i disturbi della Tiroide. Anche trattamenti farmacologi (es. uso di cortisonici, trattamenti chemioterapici) e fattori familiari o alimentari possono costituire un'indicazione all'indagine mineralometrica.
Non esitate quindi a contattare il nostro Centro presso il quale troverete anche una adeguata consulenza per le vostre eventuali problematiche.

 

Black out. Il panico parla.

 

 

di Eva Delmonte

“Ah! Questo spiega tutto” disse il Cappellaio.
“Al tempo non va di essere battuto. Se invece ti fossi mantenuta in buoni rapporti con lui, farebbe fare al tuo orologio tutto quello che vuoi tu.”  Lewis Carroll

Black out. Nero, vuoto, terrore, affanno, mancanza d’aria, tachicardia, angoscia, dolore al petto, allo stomaco, paralisi.
Queste alcune delle sensazioni frequentemente riferite da chi soffre di attacchi di panico.
Mi viene in mente un gioco in scatola della mia infanzia, “No panic”. Ciascun giocatore  deve cercare di concentrarsi, nonostante il fastidiosissimo ticchettio di un orologio tenti con tutte le sue forze di rendergli impossibile il compito. Senza contare poi, come in ogni buona gara agonistica che si rispetti, la pressione che gli altri giocatori esercitano sul giocatore di turno.
L’attacco di panico sembra infatti questo: un attacco che viene dall’esterno, dal di fuori del soggetto che lo sperimenta. Proprio come un attacco di raffreddore in primavera: si respirano nell’aria i pollini dei pioppi e, chi è soggetto, viene colto da una crisi irrefrenabile di starnuti.
Ma se il panico venisse da fuori, perché coglierebbe solo alcuni, altri mai? Perché alcuni lo sperimentano in una situazione, altri in situazioni completamente diverse? Perché, pur essendo la descrizione così simile, ciascuno si sofferma su una sensazione, una caratteristica specifica e personalissima?
Il panico da dove viene?
Generalmente molte delle persone che arrivano in psicoterapia a causa degli “attacchi di panico” chiedono, come prima cosa, che questo sintomo gli venga tolto. Si chiedo allo Psicologo o allo Psicoterapeuta la parola magica, la parola-pillola che, come l’aspirina per il mal di testa, faccia scomparire ogni sintomo, ogni sofferenza. Spesso, poi chi domanda si stupisce di quante poche parole il professionista dica. “Perché lei non dice niente? Perché non mi risponde?”. C’è già qualcosa che parla: il panico.
Il panico non è un virus che gira nell’aria e che, disgraziatamente, entra nell’organismo di un soggetto, piuttosto che in un altro. Il panico viene da dentro. E’ un sintomo che appartiene al soggetto che ne soffre, è il soggetto stesso che lo genera.
Ma come? Com’è possibile che una persona crei lei stessa quello che la fa soffrire?
Quello che colpisce del panico è che esso si presenta senza nessun reale pericolo, anzi, spesso, si presenta in condizione di cui, dice il soggetto stesso, “dovrei essere felice”: decide di sposarsi, di convivere, cambia lavoro, inizia l’università, aspetta un figlio.
La frase “ho tutto quello che potrei desiderare, non capisco perché sto così male” dovrebbe allertare sul fatto che, oltre l’apparenza, c’è qualcos’altro.
Apparentemente uno dovrebbe essere felice, stare bene. Invece sta malissimo. L’attacco di panico sconvolge chi lo sperimenta e, se si verificano più attacchi, si crea un circolo vizioso nel quale il soggetto associa il panico alla situazione in cui lo sperimenta: se si trova al supermercato cercherà di evitarlo, se è in ascensore userà solo le scale, se è in macchina, in treno, nei mezzi pubblici, non li utilizzerà più, se è all’aperto si rinchiuderà in casa.
Chi controlla chi?
Sono veramente io che, evitando la circostanza incriminata, controllo il mio panico, o è lui che a poco a poco controlla la mia vita? E’ lui che ticchetta come l’orologio di “No panic”, come l’orologio del Bianconiglio che lo costringe a correre all’impazzata, ad essere sempre in ritardo.
Sicuramente la circostanza in cui si verifica l’attacco dice qualcosa del soggetto in questione, ma è certamente semplicistico pensare che evitando quella situazione il problema è risolto.
C’è molto di più.
Quando il soggetto che soffre di attacchi di panico inizia a parlare emergono aspetti psicologici che non aveva pensato, sentito, che non sapeva di sé.
Emerge nel discorso del soggetto qualcosa del suo passato, recente o molto remoto, che ha creato uno stop. Qualcosa della sua mente si è fermato lì, si è ingorgato, c’è qualcosa di inelaborato. Spesso emergono questioni legate alle relazioni sentimentali, sbagliate, insoddisfacenti, sempre uguali. Spesso legate ai propri genitori: avvenimenti drammatici, relazioni, fantasie.
Questi contenuti hanno bisogno di spazio e di tempo per emergere; in molti casi sono dimenticati, rimossi.
Il panico acquista nel discorso psicoanalitico un nuovo senso; l’inconscio, sottoposto a regole completamente diverse da quelle della coscienza, parla anche una lingua diversa. Il panico è una delle possibili parole che l’inconscio usa per destare il soggetto. Invece del black out, dello spegnimento che viene descritto, il panico è piuttosto una sveglia che suona all’impazzata perché il soggetto apra gli occhi, magari dal sonno di una vita condotta per adattarsi alle aspettative degli altri, dei genitori, della società che ci chiede di essere belli, efficienti, felici.
Non si deve soffrire perché se si soffre si è deboli. Perfino le persone che perdono un caro vengono definite depresse. Non c’è più il lutto, non c’è più la normale sofferenza che la perdita causa.
Il panico parla, urla. Distoglie dall’attenzione spasmodica a questo tempo esterno e chiede di ascoltare un altro tempo, quello interno, privato e soggettivo. Bisogna cercare un ascolto, un’interpretazione, un senso.
Ciascuno il suo.

bianconiglio

Perché piangi? Il pianto come strumento di comunicazione del bambino.

 

Perchè piangi?

di Eva Delmonte

urloNonostante tutti i libri letti e i consigli ricevuti, spesso ascoltare le prime volte il proprio bambino che piange coglie quasi di sorpresa. “Ma perché piange?” ci si chiede incredule e un po’ spaventate, “come faccio a calmarlo?”. Per iniziare, è bene interiorizzare completamente una grande verità: tutti i bambini piangono. E la prima ragione per cui piangono è perché non sono in grado di esprimersi a parole, con il linguaggio. Ci sono bambini che piangono più o meno degli altri, ma tutti piangono. Attraverso il pianto il bambino sta chiedendo qualcosa. Non potendo il bambino rispondere alla domanda “perchè piangi?”, è compito e cura di mamma e papà dare un nome e un significato a quel pianto.
Quando piange, il bambino sta chiedendo aiuto per rispondere a qualche suo bisogno.
Col tempo e l’esperienza mamma e papà comprendono che i pianti non sono tutti uguali,è possibile riconoscerli e distinguerli e, di conseguenza, identificare le richieste a cui corrispondono, anche in relazione agli altri movimenti del corpo.
Nei primi mesi di vita del bambino uno dei motivi più comuni del pianto è la fame. Ma spesso mamma si accorge che appena preso in braccio, il bambino si calma e si riaddormenta. Forse aveva solo bisogno di una coccola, di essere tenuto tra le braccia, di sentire l’odore, il calore di mamma, di ascoltare la sua voce.
Mi capita di osservare spesso il momento dell’allattamento: se mamma si distrae a parlare con una persona, spesso il bambino si mette a piangere e si calma solo se mamma ritorna in silenzio, lo guarda mangiare, parla con lui. Il bambino le sta chiedendo attenzione attraverso il pianto.

Il pianto è, nei primi mesi di vita, la modalità esclusiva che il bambino ha per esprimere tutti i suoi bisogni: fame, sonno, paura, noia, disagio, bisogno di coccole.
E’ il primo linguaggio del bambino e ad esso va dato un nome, un significato. A volte un bambino viene chiamato capriccioso perchè non si riesce a capire di cosa ha bisogno. Magari invece il suo non è un capriccio. Se la mamma risponde ad una lagna dicendo che il bambino fa così perchè è stanco, il bambino capirà di non essere punito per il suo piangere, ma anzi che a quel pianto è data una spiegazione, una causa e che lui non è cattivo, non ne ha colpa.

Alcune posizioni “naturalistiche” sostengono che il bambino non si deve far piangere; “che bisogno c’è?”, dicono, “appena fa una lagna lo prendi e gli dai da mangiare”.
Questo comportamento, però, non permette al bambino di parlare, di domandare. Quando un bambino piange non dobbiamo pensare che stia male in quel momento, quella è la sua voce! Spesso è snervante per gli adulti il pianto del bambino, non lo si vorrebbe mai sentire. Quello che invece è importante è che quel pianto non resti un urlo che cade nel vuoto, cioè è importante che la mamma risponda appena le è possibile, anche con la voce, prima ancora che col corpo. Mamma e papà danno un nome a quel pianto e ad esso rispondono, non lasciando il bambino nella disperazione, ma provando a conoscerlo ed ascoltarlo.