Perché piangi? Il pianto come strumento di comunicazione del bambino.

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Perchè piangi?

di Eva Delmonte

urloNonostante tutti i libri letti e i consigli ricevuti, spesso ascoltare le prime volte il proprio bambino che piange coglie quasi di sorpresa. “Ma perché piange?” ci si chiede incredule e un po’ spaventate, “come faccio a calmarlo?”. Per iniziare, è bene interiorizzare completamente una grande verità: tutti i bambini piangono. E la prima ragione per cui piangono è perché non sono in grado di esprimersi a parole, con il linguaggio. Ci sono bambini che piangono più o meno degli altri, ma tutti piangono. Attraverso il pianto il bambino sta chiedendo qualcosa. Non potendo il bambino rispondere alla domanda “perchè piangi?”, è compito e cura di mamma e papà dare un nome e un significato a quel pianto.
Quando piange, il bambino sta chiedendo aiuto per rispondere a qualche suo bisogno.
Col tempo e l’esperienza mamma e papà comprendono che i pianti non sono tutti uguali,è possibile riconoscerli e distinguerli e, di conseguenza, identificare le richieste a cui corrispondono, anche in relazione agli altri movimenti del corpo.
Nei primi mesi di vita del bambino uno dei motivi più comuni del pianto è la fame. Ma spesso mamma si accorge che appena preso in braccio, il bambino si calma e si riaddormenta. Forse aveva solo bisogno di una coccola, di essere tenuto tra le braccia, di sentire l’odore, il calore di mamma, di ascoltare la sua voce.
Mi capita di osservare spesso il momento dell’allattamento: se mamma si distrae a parlare con una persona, spesso il bambino si mette a piangere e si calma solo se mamma ritorna in silenzio, lo guarda mangiare, parla con lui. Il bambino le sta chiedendo attenzione attraverso il pianto.

Il pianto è, nei primi mesi di vita, la modalità esclusiva che il bambino ha per esprimere tutti i suoi bisogni: fame, sonno, paura, noia, disagio, bisogno di coccole.
E’ il primo linguaggio del bambino e ad esso va dato un nome, un significato. A volte un bambino viene chiamato capriccioso perchè non si riesce a capire di cosa ha bisogno. Magari invece il suo non è un capriccio. Se la mamma risponde ad una lagna dicendo che il bambino fa così perchè è stanco, il bambino capirà di non essere punito per il suo piangere, ma anzi che a quel pianto è data una spiegazione, una causa e che lui non è cattivo, non ne ha colpa.

Alcune posizioni “naturalistiche” sostengono che il bambino non si deve far piangere; “che bisogno c’è?”, dicono, “appena fa una lagna lo prendi e gli dai da mangiare”.
Questo comportamento, però, non permette al bambino di parlare, di domandare. Quando un bambino piange non dobbiamo pensare che stia male in quel momento, quella è la sua voce! Spesso è snervante per gli adulti il pianto del bambino, non lo si vorrebbe mai sentire. Quello che invece è importante è che quel pianto non resti un urlo che cade nel vuoto, cioè è importante che la mamma risponda appena le è possibile, anche con la voce, prima ancora che col corpo. Mamma e papà danno un nome a quel pianto e ad esso rispondono, non lasciando il bambino nella disperazione, ma provando a conoscerlo ed ascoltarlo.

Eva Delmonte

Eva Delmonte

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione presso l’IRPA (Istituto di Psicoanalisi Applicata) di Milano. Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, Iscrizione all’Albo della Regione Marche n.1939, sez A. Consegue il Master in “Genitorialità e sviluppo dei figli: interventi preventivi e psicoterapeutici”. Svolge attività privata a Civitanova Marche con colloqui di sostegno e psicoterapeutici ad indirizzo Psicoanalitico per adulti e adolescenti e lavora nell’ambito della genitorialità. Svolge progetti negli Istituti di Istruzione Superiore. Periodicamente tiene conferernze pubbliche divulgative su temi psicologici.
Tel 328 1526079 – studio@evadelmonte.it

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