LA SINDROME DELL’OVAIO POLICISTICO CAMBIA NOME. Ora è la PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome). Evoluzione scientifica o operazione culturale?
La storica sigla PCOS (Polycystic Ovary Syndrome), conosciuta in Italia come Sindrome dell’Ovaio Policistico o Policistosi Ovarica, entra ufficialmente in una nuova fase della sua storia scientifica.

Un recente articolo pubblicato da The Lancet propone infatti una nuova denominazione: PMOS — Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome.
Secondo gli autori, il termine PCOS non descriverebbe più in modo adeguato una condizione clinica molto più complessa di quanto si pensasse in passato. La nuova sigla intende evidenziare la natura endocrina, metabolica e sistemica della sindrome, superando un riferimento considerato troppo limitato all’ovaio e alla presenza di multiple “cisti”, che in realtà sono follicoli immaturi.
L’intento scientifico appare chiaro e per molti aspetti condivisibile. Oggi nessun endocrinologo ginecologo serio considera più la PCOS una semplice alterazione ovarica. Da molti anni sappiamo che questa sindrome può associarsi a insulino-resistenza, obesità viscerale, alterazioni metaboliche, infiammazione cronica di basso grado, aumentato rischio cardiovascolare, disturbi riproduttivi e problematiche psicologiche.
Allo stesso modo, da tempo la terapia non si limita più alla prescrizione di una pillola estroprogestinica. Alimentazione, attività fisica, riduzione dell’insulino-resistenza e interventi sul metabolismo sono ormai parte integrante dell’approccio moderno alla sindrome. Anche il ruolo delle pillole contraccettive è stato progressivamente ridimensionato, riconoscendone l’utilità solo in specifici contesti clinici.
In realtà, chi si occupa da anni di endocrinologia ginecologica aveva già compreso tutto questo molto prima della pubblicazione dell’articolo di The Lancet. Personalmente, come ginecologo endocrinologo, ho vissuto questa evoluzione culturale direttamente nella pratica clinica e nella ricerca scientifica, occupandomi già molti anni fa di insulino-resistenza e dei suoi rapporti con la funzione ovarica. Ed è proprio per questo che il nuovo nome PMOS merita anche una riflessione critica.

La domanda infatti non è soltanto se il termine PCOS fosse perfetto oppure no. Probabilmente non lo era. La vera domanda è un’altra: era davvero necessario cambiare completamente nome a una sindrome già definita, conosciuta e studiata in tutto il mondo? Il rischio concreto è quello di generare nuova confusione, sia tra i medici sia tra le pazienti.
L’obesità, ad esempio, è estremamente frequente anche in donne con ovaie perfettamente normali e con fertilità conservata. Allo stesso modo, le malattie tiroidee autoimmuni rappresentano condizioni molto diffuse nella popolazione femminile indipendentemente dalla presenza di PCOS. Se allarghiamo progressivamente i confini della sindrome includendo qualunque alterazione endocrina o metabolica, il rischio è quello di creare una categoria sempre più ampia, meno definita e forse persino meno utile dal punto di vista clinico.
In fondo, la parola “sindrome” indicava già da sola un insieme eterogeneo di manifestazioni cliniche variabili. Era quindi davvero indispensabile introdurre un nuovo acronimo internazionale? Oppure stiamo assistendo anche a una trasformazione culturale, comunicativa e forse persino strategica della medicina contemporanea? Sono interrogativi legittimi.

CAMBIARE IL NOME DI UNA MALATTIA NON E’ MAI UN ATTO NEUTRO.
Cambiare il nome di una malattia, significa ridefinire identità cliniche, criteri culturali, percezione sociale, priorità di ricerca e spesso anche mercati terapeutici. Ed è inevitabile chiedersi quale sarà il punto di arrivo di questa evoluzione.
L’impressione è che oggi la medicina tenda sempre più a interpretare condizioni molto diverse tra loro all’interno di grandi reti metaboliche e infiammatorie comuni. Questo approccio può certamente produrre vantaggi importanti, favorendo una visione meno settoriale della paziente. Tuttavia esiste anche il rischio opposto: quello di diluire progressivamente i confini biologici delle singole malattie fino a creare definizioni estremamente ampie e talvolta difficili da delimitare.
Naturalmente sarebbe ingenuo negare che la PCOS — o PMOS — rappresenti davvero una condizione complessa, multisistemica e meritevole di attenzione precoce. Sarebbe altrettanto sbagliato sottovalutare il ruolo dell’insulino-resistenza, dell’alimentazione, della prevenzione cardiovascolare o dell’attività fisica. Tutto questo è noto e scientificamente documentato da molti anni.
Ma proprio perché queste conoscenze erano già consolidate, il dibattito aperto da The Lancet non dovrebbe limitarsi all’entusiasmo per un nuovo nome. Dovrebbe invece spingerci a una riflessione più profonda sul modo in cui la medicina moderna costruisce, ridefinisce e comunica le malattie.
Perché talvolta il cambiamento di una sigla rappresenta una vera rivoluzione scientifica.
Altre volte, invece, rischia soprattutto di modificare il linguaggio senza chiarire davvero dove vogliamo arrivare.

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